lunedì, novembre 03, 2003
sul treno, un tizio indiano si siede di fronte a me. This train goes to bergamo?, dice. Yes, yes, dico io. Dice che sul tabellone c’era scritto brescia e non era sicuro che il treno fermasse anche a bergamo. Yes, yes, dico io. Poi gli chiedo cosa ci va a fare a bergamo. Lui si sfila il cappello e si toglie le scarpe e mentre si massaggia i piedi mi racconta che è in italia per business, lui lavora nel settore dei filtri e sta cercando industrie a cui vendere i suoi filtri. Che filtri?, gli chiedo. Filtri per l’olio, conosci i filtri per l’olio?, dice lui, quelli delle macchine. Yes, yes, i know, i say. Poi ce ne stiamo zitti per un po’. L’indiano ha baffetti neri e calzini marroni. I calzini marroni dell’indiano sono appoggiati su Leggo di oggi, in parte al mio zaino. Fuori è buio e i due ragazzi del sedile accanto parlano di cocaina, stasera mi faccio una bella tirata, dice uno. L’altro ride. Poi il signore indiano mi chiede qualcosa in inglese. What?, dico, e mi sporgo in avanti per sentire meglio. Where can i find the cd with the list of italian industries?, dice il signore. Il cd? Sì, il cd con la lista delle industrie italiane. Io gli dico che non so nulla di cd con liste di industrie, ma forse può trovare qualcosa su internet. La confindustria, dico, dovresti andare alla confindustria. Confindustria?, dice lui. Yes, l’associazione delle industrie italiane. L’indiano apre la sua borsa nera e tira fuori un quaderno e una penna. Can you spell it?, mi chiede. Gli dico che se vuole glielo scrivo io. Mi dà la biro e scrivo confindustria su una pagina del quadernetto, sotto altre scrittine in inglese. Poi l’indiano mi chiede se la confindustria è aperta di sabato, dove la può trovare, se c’è a bergamo, se c’è a padova, se c’è a vicenza. Dice che ha tre giorni per contattare più industrie possibili. Oil industries, dice. Non so, dico io, gli spiego che probabilmente in ogni città c’è una sede della confindustria, e che penso proprio che lì troverà tutte le informazioni che cerca. Ma ce l’hanno il cd? Non lo so. Non ci capiamo tanto bene, io e il signore indiano. Lo capisco dal fatto che a un certo punto io gli sto cercando di spiegare che in germania non c’è la confindustria, e lui lo scrive sul suo quadernino. Scrive proprio così: In germany there is no confindustria. Poi smettiamo di parlare e lui si mette a dormire. Io tiro fuori la macchina digitale e faccio finta di navigare nei menù mentre aspetto il momento buono per fargli una foto. Lui apre gli occhi, ma non si accorge di nulla. Li richiude. Gli punto la macchina addosso e scatto di corsa. La foto viene tutta sfocata. Ci riprovo. Dopo cinque minuti, sotto il signore indiano lampeggiano i flash della mia macchina fotografica che immortala per l’eternità le sue piccole scarpette nere tutte sgualcite, le stesse che indosserà mentre cerca di farsi dare dalla segretaria di una piccola sede della confindustria il cd con la lista delle industrie italiane produttrici di olio. Il signore indiano non si accorge di niente, con i piedini con i calzini marroni appoggiati su leggo sogna di stipulare vantaggiosi accordi finanziari con signori italiani con scarpe più nuove delle sue. Quando siamo a bergamo, gli picchietto un dito su una spalla. Lui si sveglia di colpo. Bergamo, dico. Oh, thanks thanks, dice lui. Oh, nothing nothing, dico io. Poi lo saluto, gli auguro una buona permanenza –enjoy italy!- e scendo dal treno tutto di fretta.
 
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