lunedì, aprile 18, 2005
Alla triennale ci sono un mucchio di giapponesi, inglesi, americani. Ci sono anche delle bancarelle che distribuiscono Heineken in speciali bottiglie di alluminio molto carine, Only Yo bianchi e alla fragola, acqua Panna, olio, cioccolato, eccetera. E poi c’è una libreria di design, poltrone sparse in mezzo al prato e gente che ci si siede sopra e sorseggia vino rosso. E’ Incontri, la mostra del design o qualcosa del genere. Ma a cosa serve il design? E perché i designer si vestono in modo così appariscente e si guardano sempre attorno con aria distratta e si fanno fotografare tutti seri in pose per niente serie? Per cercare di non capirci di più, mi sono vestito anch’io in modo appariscente, ho distrattamente scritto qualche domanda sulla mia agendina e insieme al collega fotografo Papàdario ho passato una fantastica pausa pranzo proprio in mezzo a loro, i designers.


Ci siamo fermati da dei tizi che se ne stavano seduti su delle poltroncine in mezzo a un prato. Scusate posso farvi qualche domanda?, ho detto io con il registratorino in mano. Sì, ha detto uno di loro. Bene, ho detto io, il tuo lavoro è stato spesso influenzato dalle ciliegie? Lui ci ha pensato un po’, poi ha detto di no. E da altri frutti? Dalle banane, ha detto una sua amica, e tutti si sono messi a ridere. Poi sono tornati seri e lui ha detto No, la frutta non mi ha influenzato particolarmente. Tu che lavoro fai?, ho chiesto io. Mi occupo di architettura, ha detto lui. Ah, e quindi come vedi la Napoli del futuro? Napoli… Beh, sono sicuro che è una città piena di potenzialità. Potenzialità di che tipo? Hai qualche progetto in mente? Ecco, progetti no, ha detto lui. A dire la verità non sono mai stato a Napoli, quindi progetti precisi non ne ho, però ne ho sentito parlare molto bene. Ah, ho detto io, E per il cittadino del futuro hai qualche progetto? Dal punto di vista del design, voglio dire, secondo te si può migliorare qualcosa? Magari allungare un braccio, che ne so. Il ragazzo ci ha pensato e ha detto che forse ci vorrebbe più mobilità. Articolazioni più snodate?, ho chiesto. No, no, ha detto lui, mobilità nel senso di possibilità di muoversi, di andare nei posti. Ah, ma dal punto di vista fisico non si può fare niente? No, non so, secondo me dal punto di vista fisico no. Cioè va bene così com’è ora? Sì, ha detto lui. Grazie, ho detto io, e l’ho salutato e ci siamo augurati buona giornata a vicenda. Subito dopo, io e il collega Papàdario abbiamo notato due splendide ragazze sedute su due poltroncine bianche in un’aiuola artificiale piena di fiorellini, alcuni un po’ appassiti per via del continuo calpestamento. Ci siamo avvicinati e blabla. Secondo voi le piante sono così fighe?, ho chiesto. In che senso?, ha detto una. Nel senso se sono così fighe, ho detto io. Lei ha detto Beh, sì, sono belle. E quali sono le migliori? Ah, questo non lo so, non mi occupo di botanica. E della Napoli del futuro che ne pensi? Loro si sono messe a ridere. Non ci sono mai stata, ha detto la ragazza più vicina. Ma secondo te perché nessuno di quelli che sono qui è mai stato a Napoli? Lei s’è messa a ridere. Ma non hai domande più belle?, ha detto. No, ho detto io, ho solo queste. E’ che non capisco il senso, ha detto lei. Allora ho detto che se nel design non è che le cose devono avere per forza una logica, perché deve avercela un’intervista? Ah interessante, ha detto lei, però può anche sembrare una presa per il culo. Appunto, ho detto io, il confine è molto sottile. Già, ha detto lei. Quindi la Napoli del futuro? E loro si sono messe di nuovo a ridere. Ma non hai altre domande?, ha chiesto la ragazza vicina. Sì, ho detto io, ma non sono molto più sensate. Ah beh allora fa niente, ha detto lei. Ok ciao, ho detto io, e io e il collega fotografo Papàdario ce ne siamo andati da un altro tizio. Anche lui era in compagnia, il suo amico era un inglese con un farfallino rosso enorme, sembrava un personaggio di David Lynch. Lui invece era pelato con il maglioncino arancione. Ciao, ho detto, e gli ho spiegato dell’intervista. Quanto tempo vuoi?, ha detto lui come per dire non ti do più di 2 minuti. 60 secondi, ho detto io. Ok, ha detto lui. Allora, qual è il tuo messaggio per i produttori d’olio? Toscani o pugliesi? Pugliesi, ho detto. Lui ci ha pensato un secondo poi ha detto Il mio messaggio è Bene, bravi. Bene, bravi?, ho detto io. Sì, ha detto lui. Ma perché Bene, bravi?, ho detto io, solo perché fanno olio o per qualche motivo in particolare? Allora lui ha spiegato che l’olio spagnolo è più speziato, quello toscano più docile e quello pugliese più aggressivo, e che comunque l’olio italiano è il migliore. Bene, ho detto io, ma il design cosa può fare per l’olio? Per esempio, quando uno si macchia, si può migliorare la forma della macchia d’olio per renderla più piacevole? Si può cambiare il colore, ha detto lui. Cioè? Farla rossa. Ma poi sembra sangue, ho detto. Allora blu, ha detto lui. Ok i 60 secondi sono passati, ho detto, grazie mille. Grazie a te, ha detto lui, e m’ha sorriso. Poi è tornato a parlare con l’amico inglese. Io e il collega Papàdario ci siamo presi un Only yo e ci siamo spogliati un po’ perché faceva davvero caldo. Poi abbiamo beccato altri due designer che si prendevano una birra Heineken nella speciale bottiglia in alluminio. Blabla, ho detto, e ho iniziato a fargli domande. Sulla Napoli del futuro avevano da dire le stesse cose di tutti gli altri, cioè che non c’erano mai stati, frequentavano di più le città estere. Sull’influenza delle ciliegie uno dei due ha scherzato dicendo che sapeva fare il nodo al picciòlo con la lingua. Solo quando gli ho chiesto dell’olio abbiamo iniziato a parlare sul serio. L’olio, ha detto lui, è un prodotto di eccellenza. Per questo il design ha incominciato a interessarsi all’olio. E si può fare qualcosa per migliorarlo?, ho detto io facendo l’esempio della macchia. Beh, quando uno si macchia si macchia, ha detto lui. Sì, ho detto io, però forse il design può intervenire e trasformare un evento considerato spiacevole in un’opportunità. Lui ne ha discusso un po’ con l’amico più alto. Forse, ha detto, si potrebbe intervenire lavorando sulla possibilità di ovviare all’inconveniente, o sfruttando lo scivolamento della goccia sulla maglietta per generare forme interessanti. Appunto!, ho detto. Lui ha detto che però si dovrebbe lavorare sui materiali, e che insomma la cosa era abbastanza complicata, allora siamo passati a un altro argomento, cioè l’innamoramento di due tazze. Come cambia il design di due tazze quando si uniscono nell’amore?, ho chiesto. Beh, ha detto lui, secondo me le due tazze rimangono separate. E come si capisce che sono innamorate? Non so, ha detto lui, mi sembra troppo surreale, non mi piace. A questo punto è intervenuta la barista dicendo che le due tazze potevano essere rotte e poi i pezzi riuniti in un’unica tazza. Potrebbe essere?, ho chiesto al tizio. Lui era abbastanza perplesso, allora è intervenuto l’amico alto. Secondo me, ha detto, una tazza si può innamorare di un piattino più che di un’altra tazza. Perché il piattino e la tazza sono i due sessi opposti, mentre due tazze sono dello stesso sesso. Comunque, ha detto ridacchiando, non ho nessun problema con l’omosessualità! Bene, e invece per quanto riguarda il design del cittadino del futuro? Si può migliorare qualcosa, aggiungere un piede per esempio? Mah, ha detto il ragazzo basso, si dovrebbe creare una nuova coscienza. E come te l’immagini, questa coscienza? Che forma potrebbe avere? Non so, visto che la forma va di pari passo con il contenuto, al miglioramento interiore corrisponderebbe quello esteriore. Grazie, ho detto io, buona giornata. Anche a voi. Io e il collega Papàdario ci siamo fatti dare due birre Heineken nella speciale bottiglia d’alluminio. Poi la barista della bancarella accanto, quella delle due tazze innamorate, è venuta da me e ha detto Ma chi era quello stronzo? Chi?, ho detto io. Quello appoggiato al bancone con cui stavate parlando prima. Ah, ho detto, non lo so, è uno che fa design. Che stronzo, ha detto lei, quando prima ho detto la cosa delle due tazze m’ha guardato malissimo e non m’ha cagato nemmeno di striscio. Solo perché lui ha studiato cinque anni di design e io indosso una maglietta Nescafé. E’ vero, ho detto io, è stato un po’ stronzo. Quelli lì, ha detto la ragazza barista, fanno tanto i superiori, ma non fanno proprio nulla di speciale. Perché per esempio non inventano un contenitore della spazzatura diviso in tre cestini, uno per l’organico, uno per il vetro e uno per il resto? Sarebbe comodo no? Eccome!, ho detto io. Abbiamo chiacchierato un po’ e è arrivato anche un altro amico della bancarella Nescafé, che poi non era Nescafé ma un’altra marca di caffè che non ricordo. Lei aveva studiato grafica, lui faceva lavoretti e ogni tanto qualche sito internet, ma solo per piacere. Dopo un po’ ci siamo salutati anche con loro. Mentre passeggiavamo verso l’agenzia, ho detto al collega Papàdario che non capivo com’erano andate le interviste, perché in fondo i designer non mi erano stati così antipatici, e poi non ero riuscito a prenderli in giro, anzi m’avevano preso in giro più loro. Boh, ha detto il collega fotografo Papàdario, stamattina sembrava che venisse a piovere, invece fa davvero caldo.

 
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