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venerdì, luglio 23, 2004 |
Stiamo solo salendo in alto, diceva lui al cellulare. Tutto attorno erano piante con cose che pungono, erba spettinata della montagna e alberi troppo alti per starli a guardare.
Io m’ero seduto su una pietra che sembrava una pietra fatta apposta per sedersi. Poi m’ero stufato di stare seduto allora m’ero sdraiato sulla terra e sulle foglie che presto avrebbe assorbito. Una volta dovevano essere verdi, quelle foglie, dovevano essere verdi e piene di vene. Adesso sembravano sfoglie di terra modellate a foglia. Ehi, vieni qui, avevo detto, guarda il lombrico! C’era un lombrico marrone scuro lungo almeno un metro, Lo sai che se versi del sale su un lumacone si scioglie?, aveva detto lui. Magari funziona anche col lombrico. Ma vuoi scioglierlo? Sì. O almeno accorciarlo, tanto poi fa la cicatrice e non se ne accorge nemmeno, mica soffrono i lombrichi. Così avevamo accorciato il lombrico, dopo il nostro passaggio era diventato un lombrico di una settantina di centimetri, ma non aveva fatto nessun movimento strano quando gli avevamo versato sopra il sale. Senti ma non è che possiamo accorciare altre cose?, avevo detto io, E’ divertente. Davvero, mi piaceva quest’idea di accorciare le cose. Col lombrico era stato facile come cancellare un pezzo di linea in photoshop. Il sale era la polverina gomma, il lombrico un livello. In photoshop ogni cosa è un livello, la realtà è fatta di cose sovrapposte come in quei libri di cartoncino per bambini. Io ne avevo uno, si intitolava Verso il centro della terra, un po’ come il romanzo di giulio verne. Cominciava con una foto dall’alto di un angolo di un paesino di campagna. C’era una casa con il tetto verde e dei bambini giocavano con la corda nel prato. Alla porta della casa c’era un tizio che consegnava il latte alla mamma dei bambini, e poi c’era un incrocio di una strada con una macchina grigia ferma al semaforo. Nessuno dei personaggi aveva la bocca, eppure sembravano tutti felici, anche se non potevano dimostrarlo con un sorriso. Il cane della famiglia aveva scavato un grosso buco nel prato di cartoncino, e attraverso il buco si vedeva la pagina dopo del libro. La pagina dopo era tutta marrone scuro con puntini grigi. Il marrone era terra bagnata, i puntini grigi sassi. C’erano lombrichi e scarafaggi e altri insetti strani che preferiscono non farsi vedere in superficie, perché sono loro che governano il mondo degli insetti, e per sicurezza è meglio che restino al sicuro là sotto. I lombrichi e gli scarafaggi e i governanti del mondo degli insetti non sembravano molto diversi dai bambini nel prato e dalla mamma e dal lattaio. L’unica differenza era dovuta al doversi adattare alla vita in un altro strato della terra, probabilmente là sotto il latte, la corda e gli incroci non sarebbero serviti a molto, e nemmeno le bocche. I cani erano dei mostri che arrivavano dal nulla e ogni tanto si portavano via un governante, ma tanto ce n’era subito un altro pronto a sostituirlo mentre quello veniva masticato e ingoiato dal mostro. Gli avevo raccontato tutte queste cose e lui aveva ascoltato qua e là quello che dicevo, poi eravamo arrivati in cima. Cavolo siamo davvero in cima, avevo detto io. Eh sì. No, voglio dire, non me l’aspettavo così cima. Lui s’era messo a ridere. E pure io, perché mi fa ridere vedere qualcuno che si mette a ridere. Sotto di noi le case e le strade e la lontananza erano filtrate dalla foschia, che è una specie di strato di carta velina che fa diventare le cose più bianche e meno dettagliate. Le pareti delle case si mescolano alle strade vicine, le reti dei campetti di calcio spariscono, i pali sottili e i segnali stradali diventano filetti grigi. La semplificazione è pezzi di verde, grigio, marrone, bianco, mescolati rapidamente tra loro e buttati sul mondo degli insetti, e così io guardavo lui e lui se ne stava lì in piedi, nessuno gli consegnava il latte e nemmeno giocava con la corda, bastava starsene lì, come quei monumenti tenuti in piedi da un mucchio di piccoli cavetti, lì c’erano quei cavetti, davvero, c’erano ed erano molto sottili, e si muovevano piano per farti oscillare come un albero quando non c’è vento. Erano gli abitanti di quello strato, i cavetti, alcuni arrivavano dall’alto e sarebbe bastato seguirli come una goccia che scivola su un filo vista al contrario, allora su fondo azzurro saremmo arrivati fuori dall’aria e quello che si sarebbe visto non sarebbero più stati i bambini che giocano con la corda, e la mamma e le bottiglie del latte e i furgoni, ma un mucchio di cavetti bianchi che sono i guinzagli sottili che a volte riescono a solleticarti un po’ il collo e a farti sentiri quei brividi molto molto piacevoli. se volete altri brividi molto molto piacevoli, andate sul sito del beach poetry! saprete cos'è il beach poetry, chi è il misterioso imperatore della ceramica che lo sponsorizza e se vorrete potrete anche unirvi al beach poetry in veste di lettori o di groupies! www.sempreintour.splinder.com posted by alla.finestra | 12:57 | commenti (3) |