|
|
venerdì, giugno 25, 2004 |
Avevamo visto passare un'altra barca a vela. Aveva una vela azzurra chiarissima, come per confondersi con qualcosa dietro di lei, come per distinguersi da qualcosa dietro di lei. Quello che volevamo fare era andare fino allo scoglio e raccogliere i pezzi di conchiglie e costruirne una grossissima attaccandoli tutti. Eravamo convinti che ce l’avremmo fatta, davvero, ne eravamo davvero convinti. Il risultato finale sarebbe stato un grosso pallone di tasselli lucidi e opachi, la palla stroboscopica del mare, l’avevamo chiamata.
Alla fine rifletterà tutta la luce del mare e dei pesci, dicevo io. Sì, hai presente quei pesci piccoli e affusolati che nei film si muovono tutti insieme? Sì. I pesci siluro. Non lo so. Però dovremmo pensarci meglio.
Così ci eravamo seduti per pensarci meglio. Avevamo due palette con noi, una rossa e una gialla. Erano praticamente identiche, solo quella gialla non era rifinita come l’altra, piccoli filetti di plastica le spuntavano dalle giunture e non era lucida allo stesso modo, E’ nata prematura, dicevo io.
In tutto c’erano tre scogli. Uno aveva una piccola torretta grigia, da quando l’avevano costruita le si erano attaccati addosso granchi, conchiglie, alghe, ormai la trattavano come fosse scoglio, Ci pensi a raggiungere quello stadio di integrazione?, dicevo io, Essere accettati dalle alghe, dai pesci, come una cosa della natura, capisci? Lui diceva di sì, ma non capiva. Capiva ma non capiva davvero, perché mentre parlavo io mi agitavo, le braccia remavano nell’aria, saltellavo da una piastrella all’altra del lungomare per evitare le linee, ridevo, e tutto questo faceva parte della cosa, ed era proprio quello che lui non capiva.
Fermati, gli dicevo io. Ci fermavamo, e ci siedevamo per terra. Io muovevo un dito nell’aria e dicevo Sto muovendo un dito nell’aria. E lui diceva Lo vedo. E ci mettevamo a ridere e rinunciavo a spiegarmi, a che serve spiegarsi quando si ride?
Sul terzo scoglio si vedeva una porticina. Era marrone, alta come una sedia, di legno come una sedia di legno. Una volta era la porticina della torretta. Adesso, era la porticina dello scoglio.
E ci entravamo. Dentro c’erano sassi neri e lisci, ci arrivavano fino alla testa, ed era buio ma i sassi luccicavano come se riflettessero della luce. M’era già capitata una volta, questa cosa. Ero solo nella mia stanza, prima di dormire mi guardavo un po’ attorno, giocavo a riconoscere le sagome grigie degli oggetti. E c’era questa lucina verde, veniva dalla foto di mio padre. La tapparella era abbassata, non c’era nemmeno una luce. Eppure la foto di mio padre rifletteva qualcosa, e non sapevo cosa. Forse era una luce che non riuscivo a vedere, nessuno riesce a vedere certe luci, sono quelle che vivono nell’asfalto e mangiano gli uccelli e d'estate fanno riapparire gli insetti, e se ti avvicini ti stridono i denti ed è come se avessi due grossi pezzi di cotone in bocca, sotto le guance. Sono le luci che ti fanno sentire uno specchietto su una palla stroboscopica che gira, gira, gira, e tu a volte sei uno specchietto bianco, a volte sei uno specchietto nero, a volte nemmeno sai di essere uno specchietto solo perché sei rosa e credi di saper parlare, credi di saper dirigere le cose.
Nella torretta la luce non si vede, ma i riflessi sono così chiari, i sassi grigi lucidi sono pieni di mezzelune bianche, e noi ci nuotiamo dentro e quelli fanno cioc cioc come sassi lucidi pieni di mezzelune bianche. Non ci sentiamo soffocare, non abbiamo nemmeno paura e bisogno di parlare, perché ogni movimento fa cocciare i sassi e li fa accarezzare tra di loro e fanno lo stesso rumore delle biglie quando le strofini una contro l’altra. Siamo come i ragazzi dentro i robot dei vecchi cartoni giapponesi, muovevano un braccio e spostavano tonnellate di acciaio dipinto di rosso acceso, e noi uguale, solo non è acciaio sono sassi. Ed è come quando capisci chi sta arrivando e cosa sta pensando dal rumore delle ciabatte: abbiamo centinaia di ciabatte ovunque, sulle braccia, sulla testa, sulle palpebre, e anche non dicendo niente, e anche stando fermi immobili, le dita un po’ tremano sempre, il cuore fa andare su e giù la pelle, il naso fa buchi nell’aria, i sassi scivolano piano uno contro l’altro ed è da lì che ricominciamo. |
|
mercoledì, giugno 16, 2004 |
Tre tre tre sei sette otto nove uno, dice la signora al tizio della cgil. Lei è appoggiata al bancone con accanto qualcuno che la conosce ma non conosce il suo numero di telefono. È un signore con una maglietta gialla. Il tizio della cgil le dice signora, qui manca qualcosa. Sono cinque cifre, dovrebbero essere sei. Lei ci pensa un attimo, guarda il signore con la maglietta gialla. Lui dice che il tizio della cgil ha ragione, c’è ancora una cifra. Lei ci pensa un altro attimo. Poi dice tre, tre, tre, sei, sette, otto nove, uno. A me viene da ridere. Guardi che manca un numero, dice il tizio della cgil, vede, sono cinque. Per aiutarla ripete tre, tre, tre, sei sette otto nove uno… manca una… tre tre tre sei sette otto nove uno… e… Niente. La signora ha detto tutto quello che sapeva. Il tizio della cgil guarda il signore con la maglietta gialla. Manca un numero, dice. L'avete perso.
E se mi aiutate a trovare un archivio tipo superdrive di supereva, avrete in omaggio anche una fantastica immagine della signora con il tizio della cgil! Forza! |
|
mercoledì, giugno 02, 2004 |
Diciamo che ci sono decine di torte, là fuori. Sui tavoli, nei frigoriferi, sono torte marroni e torte bianche e c’è un po’ di rosso, su alcune torte. La nostra era marrone. Se ne stava sul tavolo, in un piatto bianco, noi non avevamo fame e così ci piaceva starcene lì seduti e guardarla. Erano venti giorni che facevamo così. La torta non era cambiata. Fuori s’era indurita, la crosta marrone era piena di piccoli buchi, se ci guardavi dentro vedevi piccoli crateri di pasta marrone morbida, tutto si muoveva attorno alla torta, le braccia lasciavano scie rosa, anche il tavolo e i mobili tremavano, intorno alla torta. Avevamo lasciato passare ancora dieci giorni, poi io ho scritto su un foglio bianco Non toccate la torta, nessuno tocchi la torta, NESSUNO! Sono uscito dalla cucina, ho chiuso la porta e con un po’ di scotch ci ho attaccato sopra il foglio. Ci siamo seduti sul divano, in sala. La tv spenta faceva sembrare spento anche tutto il resto. Io per passare il tempo grattavo piano il divano, sentivo i disegni in rilievo sotto le unghie, pensavo alla torta. Più le ore passavano più si avvicinava alle nostre teste, era come se ci fluttuasse sopra, la sera avevo paura che si appoggiasse sui capelli, che il fondo cominciasse a sbriciolarsi e confondersi e incastrarsi a me. Ogni tanto mi grattavo, forse quella torta va spostata, mi veniva da pensare certe volte. Ci pensate a quelli che le tagliano, le torte? Di solito si prende un coltello grosso e affilato e in una sola mossa le si trapassa completamente, fino a sentire il Tac del piatto, o quello attutito del cartoncino bianco con i contorni ornati di cerchietti ondulati. Il pensiero che qualcuno facesse lo stesso con la nostra torta mi faceva chiudere gli occhi. Sono molli le torte, sono come pezzi di burro, no? Davvero, erano due mesi che ce nessuno entrava più in cucina, quindi non ne eravamo più nemmeno sicuri. Quello che invece sapevamo era che non c’era niente di strano in quello che stavamo facendo, forse esageravamo ma la gente esagera sempre, in queste cose. Stavamo creando qualcosa, no? E non era la torta, la torta era già fatta, erano bastati un po’ di burro, uova, cacao in bustina, le cose delle torte insomma. La torta era solo un oggetto, avremmo potuto cucinare una frittata o delle bistecche o qualsiasi altra cosa, non era quello che importava, avevamo fatto la prima cosa che c’era venuta in mente. Anche se dirlo adesso è assurdo, adesso non potremmo mai cambiare la torta con una frittata o con le bistecche. Mi viene da ridere a pensarci. Lo scrivo pure su un foglietto, scrivo La cambiamo con una frittata?, e lo passo agli altri. Scoppiano tutti a ridere. Erano più o meno quaranta giorni che non ridevamo, e quando smettiamo siamo tutti contenti di averlo fatto. Una mia vecchia zia diceva che quelli che non ridono sono pazzi, quando vuoi essere sicuro che una persona e pazza è quello che devi guardare. Così, adesso sappiamo di non essere pazzi. Lo scrivo su un fogliettino, scrivo Non siamo pazzi e lo faccio girare agli altri. Sono tutti d’accordo, qualcuno fa sì con la testa ridacchiando. Ci ho pensato parecchio, al perché non parliamo, da quando abbiamo fatto la torta. Il problema è che è stata una cosa davvero solenne, molto più di una preghiera, visto che non ci sono state parole. La torta è una preghiera, ho pensato l’altro giorno, è una preghiera fatta di uova e burro e zucchero. Una preghiera fatta e non detta. Quello che rovina le preghiere sono le parole, ho pensato, le parole hanno significati ben precisi, pronunciarle è come leggere un documento fiscale, è matematica, no? La torta, invece, è fatta di cose, e le cose non hanno nessun significato, eppure ci sono, no? Ecco, questo ho pensato. Che le parole rovinano un po’ tutto, sono come piccole corinici nere, sono come le targhettine sulle piccole cornici nere, il dizionario è la cosa più terribile che sia mai stata creata. Ecco perché non parliamo. Quanto durano i mesi? Questo scrivo su un fogliettino, un giorno, e lo faccio girare agli altri. Loro si mettono a ridere. Abbiamo perso questa cosa. Davvero, l’abbiamo persa. Non abbiamo più idea di quanto duri un mese, non sappiamo nemmeno che cos’è un mese. E’ divertente pensare che fino a un po’ di tempo fa questa parola aveva un enorme significato per noi. La pronunciavamo spesso, almeno un paio di volte al giorno. Mi ricordo che aveva dei limiti ben precisi, poteva finire e iniziare. Era abbastanza grande, più o meno come un lago. Potevi trovartici in mezzo. A pensarci bene, erano più di uno, i laghi, e avevano pure dei nomi, come le persone. Ci siamo quasi dimenticati della torta. Stiamo in sala tutto il giorno, la conosciamo così bene che qualsiasi cosa ci fa ridere. Io credo che ce la stiamo facendo, sì, ce la stiamo facendo. Prendo un foglio e ce lo scrivo sopra, Ce la stiamo facendo, scrivo. Lo faccio girare agli altri. Loro si mettono a ridere. |