venerdì, gennaio 30, 2004
quanti megapixel ha?, mi chiede il signore sul treno indicando la macchinina digitale appoggiata sul sedile. uno virgola tre, dico io. sai, perché anch’io ne ho una, una olympus, tre virgola cinque megapixel, eh sono toste quelle, le olympus, eh? sì, dico, anche a me piacciono. fai foto spesso?, gli chiedo. oh, no, no, dice lui, solo ogni tanto, però mi piace, la mia prima macchina è stata una di quelle grosse, quelle scatole nere che per fare la foto guardi dentro dall’alto, l’anno scorso un signore m’ha offerto mille euro per averla. e gliel’hai data? no, l’ho tenuta. hai fatto bene, dico. anch’io vorrei averne una, di quelle. eh, sono belle, dice lui, l’ho tenuta perché ci tenevo anche come ricordo. me le sono fatte tutte, io, prima quella, poi una reflex con tutti gli obiettivi, grandangolo eccetera, poi le compatte, poi mi sono preso una fuji digitale e poi l’olympus. così andiamo avanti per un po’ a chiacchierare di fotografia eccetera, più che altro parla lui, dice che lui fa presto a fare amicizia sui treni, gli basta poco. ma tu che fai?, gli chiedo. beh, sono in pensione, ma lavoro ancora. e dove? a treviglio, faccio l’amministratore per un’azienda, ormai sono più di quarant’anni, quarantuno quest’anno. mi ricordo quando venivo a milano in macchina, la sede amministrativa è in cadorna, e arrivavo e parcheggiavo lì davanti e nessuno diceva niente. in montenapoleone, uguale. adesso invece è un casino, per un po’ di tempo ho provato a lasciare la macchina a gobba e farmi un pezzo a piedi ma alla fine ho deciso di prendere il treno. ah, è una brutta cosa la vecchiaia, dice il signore sul treno. perché?, gli chiedo. beh, perché la vita è sempre piena di cose nuove, dice lui. come le macchine digitali, dice, poi ride. comunque io la sera quando arrivo a casa non vado mai a letto prima di mezzanotte. e che fai? chatto, scarico mp3, ho una collezione di duemila pezzi, soprattutto anni 60 e 70, qualcosa anche anni 50, e comunque ascolto anche cose nuove, come tiziano ferro, non riuscirei mai a fare come quelli che vanno in pensione a cinquant’anni e guardano la tv e dopo mangiato si fanno la passeggiata, mi ammalerei, quelli proprio non li capisco. vuoi una caramella? tira fuori delle caramelline dalla borsa. sì, dico. con o senza zucchero? ne prendo una a caso, la scarto e ha il sapore delle caramelle delle persone anziane. poi arriviamo a treviglio. il signore del treno deve scendere, ci stringiamo la mano. ciao, dice lui, buona serata dico io. lui sorride e se ne va.
 
mercoledì, gennaio 28, 2004

 
lunedì, gennaio 26, 2004

Il ragazzo e la ragazza passeggiano tra i pianoforti del negozio di pianoforti, schiacciando tasti e ottenendo come risposta disaccordi che li fanno ridere. Nel negozio non c’è nessuno oltre a loro, e quando la commessa gli chiede se desiderano qualcosa loro dicono no, niente, stiamo solo dando un’occhiata, si puo?, e la commessa gentilissima dice certamente, ci mancherebbe, ma chi di voi suona?, e il ragazzo dice beh, più o meno nessuno, stiamo solo dando un’occhiata. La commessa sorride e li lascia fare. Un po’ le dispiace che giochino così. Le dispiace perché la musica è una cosa seria, una cosa che ti occupa tutta una giornata, tutto un mese, tutta una vita. E ti impedisce di giocare così, senza pensarci, senza sapere, senza pensarci. E le ha impedito di giocare così, senza pensarci, senza sapere, senza pensarci.

 

 
 

questo è l'apparato. il ragazzo thomas lo stava fotografando insieme al signore con i baffi, ma quelli della stanza dell'apparato si sono affacciati alla finestra e hanno fatto nonono con le mani, e il ragazzo thomas ha chiesto perché, e quelli continuavano a fare nonono con le mani e allora è intervenuto il signore con i baffi che ha fatto entrare il ragazzo thomas e ha rassicurato gli altri dicendo che voleva fotografare solo l'apparato, vero ragazzo thomas?, sìsì solo l'apparato. ma com'è che funziona?, chiedeva il ragazzo thomas al signore con i baffi. beh, non è così semplice. ma più o meno? più o meno quella è la mappa dei binari, diceva il signore con i baffi indicando la mappa dei binari, e con i comandi si regola l'accesso ai binari. e le lucine rosse? le lucine rosse indicano la disponibilità di un binario. quindi adesso sono tutti disponibili? esatto. e cosa ci fate con tutti quei binari disponibili? il signore con i baffi e un tizio che stava ascoltando si mettevano a ridere. ci facciamo andare i treni, diceva il signore con i baffi. ed è bello? no, diceva il signore con i baffi, ma io sì. e tutti si mettevano a ridere, tranne l'apparato.


 
domenica, gennaio 25, 2004

stasera il ragazzo thomas s'è ritrovato a passeggiare da solo per le vie del centro. faceva freddo e in giro c'erano solo gruppetti di amici con i cappotti. il ragazzo thomas canticchiava ma non era molto contento, dava qualche occhiata alle vetrine così, per noia, e passava dritto. mentre tornava alla macchina il ragazzo thomas incrociava due tizi che gli chiedevano dove poter trovare del fumo, e lui rispondeva che ormai era un bel po' di tempo che aveva perso di vista quel genere di checkpoint, e quelli, alla parola checkpoint, si mettevano a ridere e dicevano fa niente buona serata, e il ragazzo thomas diceva buona serata, e pensava cavolo sono simpatico. poi saliva in macchina, faceva un po' di strada ed entrava in un bar. seduto a un tavolo del bar c'era un vecchio amico, un tizio che da ubriaco marcio s'era sfracellato contro un camion che gli aveva cambiato completamente la faccia. il tizio vive nel palazzo di fronte a quello del ragazzo thomas e ogni tanto lo si sente gridare e spaccare cose, forse perché è un po' depresso. il ragazzo thomas gli faceva un cenno di saluto e quello diceva ehi, vieni, vieni qua, devo dirti una cosa. il ragazzo thomas andava là e si sentiva chiedere nell'orecchio se per caso aveva del fumo. no, diceva lui. e due euro da lasciarmi? no, diceva lui. in realtà due euro ce li aveva ma non aveva voglia di lasciarli, non lì, non a lui, almeno. allora si rimaneva lì per qualche momento senza dire niente e il ragazzo thomas diceva beh, ciao, buona serata, e faceva per andarsene. aspetta aspetta, diceva il tizio, devo dirti una cosa. cosa? stasera non ti ho chiamato qui come amico, ma come una persona che elargisce beni, diceva il tizio. ma la prossima volta che ci vedremo, ti saluterò come un amico. ok? ok, diceva il ragazzo thomas. e andava al bancone a farsi dare quattro becks da portar via.



 
venerdì, gennaio 23, 2004

ciao sono il libretto maus di art spiegelman. oggi moltiplicato per centinaia di migliaia di volte e messo in vendita con repubblica. costo molto poco, credo, anche se non sono riuscito a guardarmi il prezzo dietro la schiena. comunque sono molto bello e grazie a me art ha vinto pure il premio pulitzer, un premio che danno a chi scrive le cose molto belle che voi non scriverete mai ma che vi piace tanto leggere. in questo momento sono nell'edicola più vicina a voi e forse, se vi voltate dalla mia parte, potete persino vedermi. sto facendo ciao con la mano. ecco. mi avete trovato.

 
giovedì, gennaio 22, 2004
me lo sono ritrovato una mattina tra i riflessi del televisore, accanto alla giacca che m'ha prestato un'amica. l'aveva scelta, insieme al maglione a strisce rosse, beije e di un altro colore che non ricordo, per materializzarsi lì dentro e affacciarsi sulla mia stanza. io stavo scaricando degli mp3 quando l'ho visto. aveva un cappello a cilindro e barba, capelli e sopracciglia rosse. sembrava davvero triste.
ciao, piccolo van gogh, gli ho detto.
lui non ha detto niente. è rimasto lì ancora un po', in silenzio, a guardarmi mentre facevo cose al computer. poi, quando ho spostato la giacca e il maglione, è sparito. non credo lo rivedrò ancora.


 
mercoledì, gennaio 21, 2004

qualche settimana fa, nel supermercato, era quasi natale. mancavano poche poche ore, e la vecchietta non aveva ancora preso niente per sua figlia, o per sua nipote, o per sé. così si ritrovava davanti a questo totem di occhiali da sole gs e cominciava a provarseli, uno dopo l'altro. se ne infilava un paio viola, uno fucsia, uno marrone sfumato. poi si guardava negli specchietti del totem e si accorgeva che su di lei quegli occhiali non avrebbero mai potuto starci. e li rimetteva a posto, con molta serietà.

 
lunedì, gennaio 19, 2004
La signora bionda è appena salita sul pullman. Vuole solo timbrare, ma appena sfila di tasca il cartellino quasi nuovo e cerca di avvicinarlo alla macchinetta gialla una bestemmia dell’autista accompagnata da frenata molto brusca la fa sbalzare all’indietro. Lei cerca di aggrapparsi a un palo ma riesce solo a sfiorarlo prima di perdere definitivamente l’equilibrio e buttarsi per terra sotto gli occhi di un autobus mezzo vuoto. Istintivamente, tutti si protraggono verso di lei. Il più vicino è un tizio con i capelli grigi mossi e un cappotto beije che la aiuta ad alzarsi e dice tutto bene? La signora si tocca un fianco e fa una smorfia di dolore e qualcuno di quelli davanti dice si fermi, si fermi, riferito all’autista. Un altro dice, sempre riferito all’autista, che dovrebbe chiedere almeno scusa. Così ci si ferma. L’autista dice tutto bene signora? La signora fa un’altra smorfia di dolore per tenere alta la tensione fino all’ultimo, poi dice sì tutto bene con aria un po’ sofferente. Per qualche secondo l’autista si finge ancora un po’ dispiaciuto per l’accaduto. Noi pure. La signora bionda scambia qualche parola con il signore con i capelli grigi che l’ha aiutata. Poi sale altra gente ignara di tutto e la cosa si diluisce lì.
 
La signora con gli occhiali con il filo è arrivata dalle stelle. Per un attimo una luce abbagliante ha invaso l’intero vagone, facendo volare dappertutto le carte di un tizio che stava cercando di riordinare le idee. Bum, bubum, ha fatto la luce, come la DeLorean di Ritorno al Futuro. Un attimo dopo c’era lei. Tutto qui.
 
domenica, gennaio 18, 2004
"I haven't understood a bar of music in my life, but I've felt it." Igor Stravinsky

 
giovedì, gennaio 15, 2004
il signore dei biglietti mette la macchina nel parcheggio privato della stazione, quello usato come scorciatoia da chi, appena sceso dal treno, ha già fretta di arrivare da un'altra parte. si fa un pezzettino a piedi con le mani infilate in tasca, poi entra nel vivo della stazione dove passa in mezzo a quelli che tra poco saranno i suoi clienti, anzi i clienti dei suoi capi, godendosi per qualche passo questo suo essere una specie di autorità in borghese. anche sulla banchina nessuno lo riconosce, il suo barbour blu potrebbe essere il barbour blu di un qualsiasi esibizionista di lavoro dipendente. finché il signore dei biglietti non si ferma davanti alla porticina fs e schiaccia i pulsantini per aprirla che solo lui e pochi altri conoscono. la porticina scatta. lui entra e la chiude tutto di fretta. la porticina riscatta. il signore dei biglietti si leva la giacca, l'appende, scambia qualche parola con un collega poi si posiziona allo sportello numero 2, si mette comodo e infila in un cassetto il foglietto con scritto "chiuso". una signora con degli occhiali spessi, dall'altra parte, fa già il nome di una città che non è questa, andata e ritorno, e allunga una banconota dalla fessura dello sportello. le ritorna il resto. si sente il rumore di un treno in arrivo. si sentirà ancora un mucchio di volte, prima che il signore dei biglietti se ne torni a casa. ormai lui non ci fa nemmeno caso.
 
lunedì, gennaio 12, 2004
stamattina il signore che lavora nella fabbrica è uscito di casa presto e s’è fatto un pezzo di strada a piedi, soffiando nuvolette di fumo ed esplorando, ad ogni passo, un po’ della nuova giornata, sentendosi parte di quella specie d’elite che regge la propria esistenza sulla prima sigaretta del mattino, quella dal sapore un po’ avventuroso. fuori è ancora buio. lui, senza sigaretta ma un po’ avventuroso di suo, si ritrova affacciato al vetro dell’entrata dipendenti a guardare le timbratrici gialle oltrepassate le quali la vita diventa monotonia. rimane lì un attimo a pensare, con le mani infilate nelle tasche della giacca marrone. poi, ad alta voce, dice no dai, e torna indietro. si concederà lo strappo alla regola di un caffè al bar aziendale.
 
venerdì, gennaio 09, 2004

alla stazione di porta garibaldi c'è un lungo corridoio che tutte le mattine viene calpestato da un mucchio di scarpe diverse, alcune anche carine. qualche volta si sente solo il toc toc toc delle scarpe perché nessuno ha niente da dire o qualcuno a cui dirlo. allora ci si guarda nelle finestre dei negozi chiusi e forse mai aperti e ci si vede e si pensa che forse ormai non c'è più molto da fare, o che c'è ancora molto da fare, o che fare non è una cosa abbastanza specifica da poterci contare, per il futuro. e così si arriva alla fine del corridoio, si passa accanto al bar, ci si ferma all'edicola, oppure ci si ferma al bar e si passa accanto all'edicola (le possibilità come al solito sono molte, e precisamente: no bar no edicola, sì bar no edicola, no bar sì edicola, sì bar sì edicola). questo succedeva fino a un po' di tempo fa. perché adesso le finestre dei negozi vuoti sono tappate. hanno usato dei pannelli blu, azzurri e verdi, e le hanno coperte tutte per non mostrare il fallimento di primo mattino. ora la gente parla di più. molti ridono. alcuni percorrono il corridoio saltellando e canticchiando lo zecchino d'oro. siamo tutti più felici. grazie, pannelli colorati.


 
what do you know about happyness? don't search on google, please.
 
la situazione attuale richiede nuove forme di previdenza, attuale richiede nuove, la situazione richiede nuove. www.fintoblog.splinder.it.
 
mercoledì, gennaio 07, 2004
Monica comincia a preoccuparsi. Guarda fuori dal finestrino del treno e vede binari sporchi, cicche di sigaretta per terra, gente buffa con la bocca fumante e i capelli spettinati. Nessun regista nelle vicinanze. Niente luci, niente tecnici del suono, nemmeno una camera in spalla che possa far sperare in un film dogma. Monica non è Monica. E’ solo una foto sul giornale di oggi, e oggi sta finendo. E Monica, come tutte le Moniche non in carne ed ossa, come tutte le Moniche che non sono state sul set di Matrix Reloaded e non hanno recitato con Vincent Cassel, verrà dimenticata sul sedile del treno. Le luci si spegneranno. Un signore passerà per i vagoni, la raccoglierà e la butterà in un sacco grigio insieme a carte di patatine, volantini, lattine di coca e birra. Allora Monica comincerà a piangere e un cartoncino di succo alla pesca le si avvicinerà e dirà Non piangere, non preoccuparti, non ci succederà niente. Vedi?, dirà il cartoncino mostrando le tre frecce bianche sul suo fianco a Monica, vedi questo simbolo? E’ il riciclaggio. E cosa vuol dire?, chiederà Monica. Vuol dire che c’è speranza. Vuol dire che dopo c’è qualcosa. E cosa? Non lo so, dirà il cartoncino asciugandole le lacrime, ma dev’essere qualcosa di bello, dev’essere qualcosa che ci renderà felici. Per sempre. Allora Monica smetterà di piangere e il cartoncino le carezzerà la testa con la cannuccia. Poi la cannuccia scenderà verso il collo. Poi un pochino più giù e un pochino più giù ancora. Ehi ma che stai facendo?, chiederà Monica un po’ spaventata. Niente, dirà il cartoncino. Niente.
 

stamattina, verso le 7, mi sono ritrovato a scuola. ero in prima fila e il mio vecchio professore di informatica stava spiegando biologia e ogni tanto si avvicinava a me e mi chiedeva una forbicina per tagliare dei sacchetti di plastica, poi si dimenticava di ridarmela e l'appoggiava vicino ai gessi e ogni volta mi toccava ricordarglielo e lui diceva ah sì sì, e me la appoggiava sul banco un po' scocciato. nella classe non c'era nemmeno una finestra.


 
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