venerdì, novembre 28, 2003

 
ci sediamo, le luci si spengono. cerchiamo di vedere emozioni in ogni angolo dello schermo. cerchiamo di cogliere verità in ogni sottotitolo. eccitazione e citazione ci si appiccicano in faccia e ci nascondono a noi stessi per un altro paio di giornate. the end.
 
giovedì, novembre 27, 2003
nel bagno della stazione di bergamo hanno montato delle luci speciali che in qualche modo impediscono a chi vuole farsi di trovare la vena. cazzo, questa non ci voleva.
 
la signora della stazione indossa la stessa pelliccia da mesi. se ne sta accovacciata sul suo carrello portavaligie, tenendosi ben stretta alle poche cose che le appartengono, racchiuse in un paio di borse e in un grosso sacchetto della spesa. il cagnolino, legato al guinzaglio, le fa da guardia abbaiando a chiunque si avvicini troppo. la signora della stazione è davvero triste, ogni tanto si alza e spinge il carrello in mezzo a tutti quelli che camminano di fretta, lentamente passa davanti al gran caffé dove le cose costano care, all'ufficio informazioni, alle cabine telefoniche, e il cagnolino la segue ubbidiente, e le persone si scostano per lasciarla passare e i bambini la guardano e iniziano a pensare che forse le cose non vanno così bene come nei film di natale. poi il giro finisce, e la signora della stazione torna ad accovacciarsi sulla sua vita.
 
mercoledì, novembre 26, 2003
tutte le cose lasciano piccole scie dietro di sé. scie di macchie d'olio perse per strada, scie di carburante bruciato in mezzo alle nuvole, scie di saliva, bava, scie di capelli e piccole scaglie di pelle che ci lasciano prima ancora di averci conosciuto bene. e mentre saliamo sul metrò, mentre facciamo la prossima telefonata e ci soffiamo il prossimo naso, le nostre scie ripartono da dove noi non ci accorgiamo nemmeno di essere stati. piccole scaglie di pelle e capelli abbandonati alla fermata dell'autobus si sollevano da terra e fanno quello che la nostra integrità ci impedisce di fare, se ne vanno via, leggeri, e il vento li trascina attraverso una finestra aperta e il sole li trasforma in pulviscolo fluttuante del primo pomeriggio magici puntini di luce su fondo di tenda. in ogni momento, anche in questo, ci stiamo lasciando scappare il meglio di noi.
 
martedì, novembre 25, 2003
un cappotto bianco. un paio di stivali marroni con la punta bianca. un po' di capelli nocciola, lisci, che scendono sul colletto del cappotto bianco. alcuni, ci si infilano dentro, perché dobbiamo starcene fuori?, pensano, siamo forse inferiori a un gomito, a una spalla, a un culo? siamo forse meno intelligenti di un ginocchio? nooo. i capelli vorrebbero levarsi in protesta ma un fermacapelli argento li tiene fermi e giura che saranno loro concessi nuovi diritti, dal prossimo shampoo. busgirl, ignara di tutto, timbra il suo 90 centesimi di biglietto. se lo infila in una tasca del cappotto bianco. si siede. perché a quest'ora mi trovo su un autobus?, pensa. sono forse inferiore a Jennifer Lopez, a Michelle Hunziker, a Susy Blady? sono forse meno intelligente di Carmen Lasorella? noooo. busgirl vorrebbe levarsi in protesta. ma la sua parrucchiera le ha giurato che le saranno concessi nuovi privilegi, dal prossimo shampoo.
 
fuori dalla finestra non piove ancora, ma la mamma e la figlia previdenti hanno già aperto l'ombrello colorato e passeggiano in silenzio, aspettando le prime goccioline. allora nessuno avrà più nulla da ridire.
 
lunedì, novembre 24, 2003
il signore col cappello scozzese si affaccia sul mondo dal finestrino dell'autobus. come quando era bambino, non riesce a capire cosa sta succedendo. vorrebbe tanto avere ancora qualcuno a cui chiedere spiegazioni.
 
il ragazzo sul treno apre un libro e studia cose. intanto mattoni, passaggi a livello, sedi italiane di multinazionali e decine di piccioni e pali elettrici gli passano accanto, ma lui deve studiare le cose, le cose stanno sul libro e lui guarda il libro, il libro che spiega le cose. il ragazzo sul treno ha i riccioli neri e quando il treno arriva al ponte guarda fuori dal finestrino, in basso, il fiume, perché le cose viste dall'alto sembrano più chiare e sotto controllo, come nei libri della scienza e della geografia, ma nei libri della scienza e della geografia il fiume non si muove, il fiume non bagna e non porta con sé pezzi di alberi e cose del genere, e nessuno annega nel fiume dei libri della scienza e della geografia, e puoi appoggiare la testa su una catena montuosa di migliaia di metri d'altezza senza pungerti le tempie, senza sentire la mancanza di ossigeno e scivolare sulle lastre di ghiaccio e cadere e finire con le mani gonfie e rosse a stringere un ramo bagnato per non cadere nel sonno. il ragazzo sul treno si infila un paio d'auricolari, chiude gli occhi e dorme. io faccio uguale. è bello pensare che le cose, là fuori, sono così dure.
 
venerdì, novembre 21, 2003

 
nessuna valigia vuol essere lasciata sola sul treno delle 8 e 20.
 
giovedì, novembre 20, 2003
ci perdiamo nella strada, ci guardiamo le mani e ci accorgiamo che stanno sparendo, ci siamo dimenticati di infilarci il coperchio della caldaia sotto la maglietta e quindi niente letame, niente locomotiva, niente candelotto verde giallo rosso, niente ponte. Biff Tannen ci ha fatto fuori. Era il 1885.
 
fuori dalla finestra, un signore in jeans dà una pulita per terra. con la scopa carica foglie sulla paletta e quando si incastrano le prende con le mani. si vede che è uno che ci tiene.
 
la signora nera e la figlia della signora nera danno una pulita al bidone dell'organico, il martedì mattina. la figlia della signora nera indossa pantaloni rossi e giacca bianca e vorrebbe diventare come skin nel video di faithfulness.
 
mercoledì, novembre 19, 2003
dead leaves on the dirty ground. anche quest'anno sono le foglioline a pagarla cara per la fine dell'estate. rinnegate dai rami, si ritrovano per strada a farsi calpestare da persone nervose che trovano nella loro croccantezza un piccolo ma istantaneo sollievo. siamo fatti così.
 
lunedì, novembre 17, 2003
qualcuno grida fuori dalla finestra. la gente che passa per caso si ferma a guardare, la gente che non passa per caso si ferma pure quella a guardare. tre tizi stanno trascinando un uomo in mezzo alla strada, quello urla ma gli altri gli sono addosso e gridano Police! Police!. tutti guardano ma nessuno si avvicina, solo un signore con i capelli grigi dice Basta, fermi, basta! ma non fa nient'altro, e intanto quelli schiacciano e contorcono il tizio a terra per tenerlo fermo. continuano a chiamare la polizia inglese, al che tutti presumono che quello per terra sia un ladro o qualcosa del genere, e che loro siano vittime. poi qualcuno li separa e si scopre che uno di quelli che passava per caso non passava poi così per caso, che dentro al giubbotto nero nascondeva la sua vera identità di poliziotto speciale. in un attimo il poliziotto speciale prende in pugno la situazione e mette al muro il ladro. lo perquisisce, mentre i tre stranieri gridano e protestano. intanto anche il poliziotto non speciale arriva sul posto con la sua divisa normale a rassicurare la gente che si accalca attorno a lui. tutti cercano di capire cosa sia successo, come è possibile che si sia arrivati a tanto, come è possibile che non si sia arrivati ancora più a tanto. un'ambulanza fa la sua comparsa davanti alla finestra. poi altre due pattuglie. poi pure i Chips, ma Ponciarello dice al biondo che la situazione è a posto, loro sono eroi e hanno ben altro a cui pensare che un piccolo ladro che non sa nemmeno scegliersi le vittime. tutto si sistema. qualcuno avrà qualcosa da raccontare a cena, stasera.
 
fuori dalla finestra è tutto tranquillo. ha smesso di piovere e l'asfalto si sta asciugando sotto il sole, le cose fanno meno rumore. una signora passa davanti alla finestra con una rivista aperta tra le mani. legge attentamente un articolo su come migliorare la sua forma, convinta che migliorando la sua forma migliorerà i suoi rapporti sociali e migliorando i suoi rapporti sociali conoscerà un uomo splendido che le restituirà serenità interiore e andranno a vivere insieme e insieme affronteranno il mutuo Woolwich e lo sconfiggeranno, sì, per dio.
 
venerdì, novembre 14, 2003
una volta mi sono fatta un negro. sono venuta un mucchio di volte. poi il negro non s'è fatto più vedere. quindi il negro è un uomo proprio come tutti gli altri. (da un post su rejectedby.com)
 
un tizio cerca di far partire il suo scooter davanti alla finestra. lo scooter è stanco, ha i faretti rossi perché s'è svegliato presto e non è ancora arrivato a destinazione. dai, cazzo, gli dice il tizio, mentre spinge il pedalino. dai, dai, daiiii. alla fine lo scooter parte. è triste. il motore singhiozza.
 
il treno vuole bene a tutti, anche a quelli che lo trascurano un po' arrivando per ultimi. il treno è buonissimo e dedica loro un vagone intero, completamente vuoto e pronto ad accogliere il respiro ansimante di chi s'è fatto la corsa. è il vagone luce soffusa. che a un certo punto si spegne del tutto e lascia entrare il riposo. una ragazza dice buonanotte. c'è un po' di brusio poi tutti zitti a guardare fuori dal finestrino o dormire. si sta bene sul vagone buonissimo del treno buonissimo. ma a un certo punto la luce si riaccende, e la gente tira fuori riviste e ricomincia a chiacchierare, e la gente si riaccende. il treno ha deciso così.
 
giovedì, novembre 13, 2003
in treno due ragazze discutono di immagine. hanno ventequalcosa anni e si sentono già vecchie e rimpiangono i tempi della scuola media, quando, dice quella con gli occhiali, il loro fisico era al top. sì, al topexan, penso io. andiamo sempre più a fondo. rimangono solo muri e i palazzi ci schiacciano dall'alto. galleria. tunnel.
 
mercoledì, novembre 12, 2003
c'è un po' di dennis nedry in ognuno di noi. soprattutto nel tizio che ballonzola fuori dalla finestra cercando di attraversare la strada e di tenere saldi gli occhiali con la punta dell'indice. ferma una macchina e passa, teso, nel suo cappotto verde. un tizio costaricano lo aspetta seduto su un tavolino di rossopomodoro. nedry ha poco tempo e come al solito sta sudando. stavolta non ci sarà nessun incidente. stavolta non ci saranno alberi caduti a deviare il percorso e nessun dinosauro spruzzaveleno impedirà che le cose vadano come devono andare. nessuno si accorgerà di niente, i velociraptor rimarranno nelle loro gabbie e il t-rex non lancerà i resti della pecora sul parabrezza della macchina elettrica. stavolta no. questa è la realtà. nedry la passerà liscia.
 
siamo al giro della morte, ma nessuno se n'è accorto, nessuno fa uuuuuuuuu!, nessuno si mette in posa per la fotina del secondo giro, nessuno si scompiglia i capelli, eppure siamo al giro della morte. anche se i comodi sedili del treno vogliono convincerci del contrario, anche se il fatto di essere a testa in su vuole convincerci del contrario, anche se a fare la fotina non è una mitragliatrice di polaroid ma la mia macchinina digitale. presto dovremo lasciare il posto a qualcun altro, ma quando scenderemo non ci sarà Prezzemolo, non ci saranno i pirati, i corsari, gli egiziani e i tizi di Atlantide, e soprattutto non canteremo tutti in coro Gar-dalaaaaaand!
 
martedì, novembre 11, 2003
i camioncini bianchi si alzano la mattina presto. i camioncini bianchi sono bianchi perché le ambulanze sono bianche, i taxi sono bianchi, la polizia è bianca, tutto ciò che va di fretta è bianco. i camioncini bianchi non hanno tempo da perdere, sono pieni di cavi e pinze e secchi che corrono a tappare buchi, sistemare tubi, allacciare linee, sistemare fili. i camioncini bianchi a volte sono un po' razzisti con i camioncini neri o quelli rossi o quelli blu ma il loro è un razzismo che va di fretta e non ha tempo per fermarsi e fare male. i camioncini bianchi la sera si annoiano molto e aspettano solo che arrivi l'alba. i camioncini bianchi.
 
lunedì, novembre 10, 2003
due tizi chiacchierano davanti alla finestra. quello con i capelli ricci e la giacca in pelle tiene in mano delle chiavi e un cellulare che continua a lampeggiare. ascolta il piccoletto con i baffi guardandolo dritto negli occhi. quello cerca di spiegargli che i soldi glieli darà in settimana, venerdì dice, continua a ripetere venerdì, venerdì, cazzo te lo giuro che venerdì li avrai tutti, lo giuro sui miei figli, su mia moglie, sull'amante di mia moglie. l'altro dice che è lui l'amante di sua moglie e non gli piace essere usato come oggetto di giuramento, dice che a forza di giuramenti nessuno crede più nemmeno a dio, e lui non vuole perdere la sua credibilità. poi rimane un attimo in silenzio, mentre le chiavi saltellano tintinnanti sul palmo della sua mano. c'era una volta un bambino, dice, che viveva in una piccola casa in mezzo al bosco e si divertiva a fare scherzi agli abitanti del villaggio. quando tutti erano indaffarati lui gridava a squarciagola "al lupo! al lupo!", e gli abitanti lasciavano perdere tutto e andavano a soccorrerlo, per poi scoprire che il bambino li aveva presi per il culo. così una, due, tre volte, dice il tizio con i ricci fuori dalla finestra, finché un giorno il lupo arrivò davvero. e il bambino gridò "al lupo! al lupo!", ma gli abitanti del villaggio ne avevano piene le palle dei suoi scherzi, e continuarono a lavorare senza farci caso. il lupo sbranò il bambino. gli staccò prima un braccio, poi con i denti si fece strada attraverso la maglietta dei pokemon fino alle viscere, e gliele sfilò dalla pancia mentre il bambino, ancora vivo, vomitava dal dolore. sai perché ti racconto questa storia?, chiede il tizio con i ricci al piccoletto coi baffi. n-no, dice l'altro, col trattino tra la n e il no che significa balbettando. perché venerdì verrò a salvarti dal lupo. ma sabato, il lupo sarò io. poi il tizio con i ricci se ne va, mentre quello coi baffi osserva timoroso ogni suo passo. non ha capito niente della storia, ma venerdì porterà i soldi come promesso. giuro su dio, dice tra sé. poi se ne va via dall'altra parte.
 
davanti alla finestra c'è un modesto palazzo che qualcuno definisce anni '20. il palazzo con la finestra murata che trovate da qualche parte nell'archivio. percorrendo il palazzo con la finestra murata che trovate da qualche parte nell'archivio vi troverete di fronte a un grande palazzo verde, anni '80 dicono. da lì viene la maggior parte delle persone che passa davanti alla finestra. da lì vengono vecchiette che fanno la spesa, da lì vengono biznezman, da lì vengono signore con cagnolini e pappagalli. dentro le case nasce tutto quello che prima o poi esce fuori dalle case.
 
messaggio promozionale allafinestra. mercoledì sera i blur suoneranno a milano. e mentre damon albarn si esibirà su un palco davanti a centinaia di boys&girls, decine di persone saranno da un'altra parte. per la precisione, al Frida Tertulias. dove valerio "notasuperstardj" millefoglie leggerà e canterà storie di gente comune che sogna di diventare superstar, e di superstar che sognano di rimanerlo ancora a lungo. tra le decine di persone, ci saranno anche loro. girl. boy. old who feels boy. per dettagli, www.notasuperstardj.splinder.it.
 
domenica, novembre 09, 2003
Alla 53° sessione dell’ONU sui diritti dell’uomo, nel novembre ’97, una seggiolina nera iniziava a preoccuparsi. Il delegato americano aveva già parlato e quello francese stava promettendo cose. Il papuanese aveva chiesto la parola. Sulla scrivania di fronte alla seggiolina faceva mostra di sé un cartello bianco con la scritta INDONESIA. Il cartello che pochi minuti dopo un tizio con una giacca verde avrebbe sistemato davanti a sé, mentre si prenotava per un lungo discorso. Così lo stesso uomo che aveva rivendicato l’esplosione del Challenger e il terremoto in California, lo stesso uomo che con una manifestazione telepatica diffusa attraverso la tv colombiana aveva cercato di destabilizzare la carica del presidente del Bogotà, lo stesso uomo che quattro anni dopo per una settimana avrebbe letto l’oroscopo su Canale 3 Toscana, lo stesso uomo, alla 53° sessione dell’ONU sui diritti dell’uomo, nel novembre ’97, teneva un lungo discorso sui diritti delle minoranze indonesiane. Qualcuno, alla fine, applaudì. Ma nessuno si accorse che quell’uomo non era il rappresentante indonesiano, ma un performer italiano. Gianni Motti si esibirà fino a fine anno a Milano e Lucca, rispettivamente in Galleria Artra e Chiesa di San Matteo. http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=8406&IDCategoria=58
 
giovedì, novembre 06, 2003

nei finestrini del metrò si incontrano sguardi che non hanno il coraggio di un confronto diretto. si incantano sguardi che non vedono l'ora che anche per oggi sia finita. si compiacciono sguardi a cui è capitata la carta vincente. è un cazzo di momento. tra qualche ora, mentre tutti dormiranno, qualcuno rimescolerà il mazzo. in fondo è questa la speranza.






 
siamo venuti al mondo con un biglietto omaggio per il nostro jurassic park. ci hanno infilato in una stanza bianca con grandi luci al neon. piccoli aghi sono entrati nel nostro corpo e ci hanno regalato la certezza di poter diventare, un giorno, organismi perfettamente asettici. così passiamo la nostra vita su lunghe strisce grigie e speriamo che un giorno qualcuno riesca a separarci da tutto ciò che è organico con un secco taglio indolore. abbiamo paura. io, guardando fuori dal finestrino del treno con aria condizionata, ho paura. dietro l'aspetto rassicurante del sole e dell'erbetta si nascondono terribili nemici. sono vicini. non ce ne accorgiamo ma sono vicini. ci tengono in pugno.
 
mercoledì, novembre 05, 2003

c'è chi cerca sicurezza nella conchetta del divano. chi la cerca in un paio d'auricolari. chi la cerca all'autolavaggio, la domenica mattina. chi la cerca tra le pagine di un diario e chi nel cane da portar giù. in una marca di scarpe. nell'album di famiglia. nel corriere della sera o nel pacchetto di marlboro. nei videogames. nei siti porno. migliaia di persone dispensano sicurezza racchiusa in palline di carta stagnola. milioni di persone girano su canale 5 verso le 11 di sera. c'è anche chi cerca sicurezza nel rifiuto della sicurezza. e c'è il ragazzo che passa in bici davanti alla finestra tutto felice di indossare il casco.


 
martedì, novembre 04, 2003
fuori dalla finestra, un tizio ha trovato un buon motivo per saltare in sella a un triciclo nero e fare facce strane a quelli che passano in macchina. tutti cercano di ignorarlo, ma è evidente che fanno solo finta. in realtà, lo invidiano a morte.
 
blue day. davanti alla finestra è parcheggiata un'auto azzurra. nell'auto azzurra ci sono un quaderno azzurro e una custodia di cd azzurra. il conducente azzurro è andato a mangiare da rossopomodoro, e questo fa incazzare a morte l'autoazzurra.
 
lunedì, novembre 03, 2003
due signori praticamente identici chiacchierano davanti alla finestra. mentre parlano, si aggiornano costantemente sulla loro esistenza materiale, toccandosi il naso, infilandosi un dito nell'orecchio, stringendosi le labbra con le dita, aggiustandosi le giacche beije. è tutto a posto, sì. tutto a posto.
 
storia di un fumetto triste. (dalla copertina di Jimmy Corrigan - The Smartest Kid On Earth)
 
sul treno, un tizio indiano si siede di fronte a me. This train goes to bergamo?, dice. Yes, yes, dico io. Dice che sul tabellone c’era scritto brescia e non era sicuro che il treno fermasse anche a bergamo. Yes, yes, dico io. Poi gli chiedo cosa ci va a fare a bergamo. Lui si sfila il cappello e si toglie le scarpe e mentre si massaggia i piedi mi racconta che è in italia per business, lui lavora nel settore dei filtri e sta cercando industrie a cui vendere i suoi filtri. Che filtri?, gli chiedo. Filtri per l’olio, conosci i filtri per l’olio?, dice lui, quelli delle macchine. Yes, yes, i know, i say. Poi ce ne stiamo zitti per un po’. L’indiano ha baffetti neri e calzini marroni. I calzini marroni dell’indiano sono appoggiati su Leggo di oggi, in parte al mio zaino. Fuori è buio e i due ragazzi del sedile accanto parlano di cocaina, stasera mi faccio una bella tirata, dice uno. L’altro ride. Poi il signore indiano mi chiede qualcosa in inglese. What?, dico, e mi sporgo in avanti per sentire meglio. Where can i find the cd with the list of italian industries?, dice il signore. Il cd? Sì, il cd con la lista delle industrie italiane. Io gli dico che non so nulla di cd con liste di industrie, ma forse può trovare qualcosa su internet. La confindustria, dico, dovresti andare alla confindustria. Confindustria?, dice lui. Yes, l’associazione delle industrie italiane. L’indiano apre la sua borsa nera e tira fuori un quaderno e una penna. Can you spell it?, mi chiede. Gli dico che se vuole glielo scrivo io. Mi dà la biro e scrivo confindustria su una pagina del quadernetto, sotto altre scrittine in inglese. Poi l’indiano mi chiede se la confindustria è aperta di sabato, dove la può trovare, se c’è a bergamo, se c’è a padova, se c’è a vicenza. Dice che ha tre giorni per contattare più industrie possibili. Oil industries, dice. Non so, dico io, gli spiego che probabilmente in ogni città c’è una sede della confindustria, e che penso proprio che lì troverà tutte le informazioni che cerca. Ma ce l’hanno il cd? Non lo so. Non ci capiamo tanto bene, io e il signore indiano. Lo capisco dal fatto che a un certo punto io gli sto cercando di spiegare che in germania non c’è la confindustria, e lui lo scrive sul suo quadernino. Scrive proprio così: In germany there is no confindustria. Poi smettiamo di parlare e lui si mette a dormire. Io tiro fuori la macchina digitale e faccio finta di navigare nei menù mentre aspetto il momento buono per fargli una foto. Lui apre gli occhi, ma non si accorge di nulla. Li richiude. Gli punto la macchina addosso e scatto di corsa. La foto viene tutta sfocata. Ci riprovo. Dopo cinque minuti, sotto il signore indiano lampeggiano i flash della mia macchina fotografica che immortala per l’eternità le sue piccole scarpette nere tutte sgualcite, le stesse che indosserà mentre cerca di farsi dare dalla segretaria di una piccola sede della confindustria il cd con la lista delle industrie italiane produttrici di olio. Il signore indiano non si accorge di niente, con i piedini con i calzini marroni appoggiati su leggo sogna di stipulare vantaggiosi accordi finanziari con signori italiani con scarpe più nuove delle sue. Quando siamo a bergamo, gli picchietto un dito su una spalla. Lui si sveglia di colpo. Bergamo, dico. Oh, thanks thanks, dice lui. Oh, nothing nothing, dico io. Poi lo saluto, gli auguro una buona permanenza –enjoy italy!- e scendo dal treno tutto di fretta.
 
Davanti al mio finestrino, il papà e il bambino stilizzati si divertono un sacco. Il papà dice al bambino che è una fortuna essere così stilizzati, che siccome li hanno stilizzati su un treno non devono pagare il biglietto e affannarsi a cercare un posto vicino al finestrino. Il bambino è contento che il papà gli faccia vedere così tanti posti, e tra un po’ di anni, quando sarà un ragazzo e poi un uomo stilizzato, potrà raccontare ai suoi figli di tutte le cose che ha visto viaggiando sui treni senza pagare una lira. Anche se nel frattempo il papà stilizzato sarà invecchiato e scolorito, e un giorno cadrà dal treno in corsa e quando troveranno il suo cadavere stilizzato diranno –oh, devono avere ammazzato qualcuno, qui- pensando che si tratti di una sagoma tracciata da un qualche poliziotto attorno a un cadavere umano. Qualche giorno dopo tutta la famiglia stilizzata verrà sterminata e sostituita dalla campagna pubblicitaria della regione umbria.
 
Venerdì. Una signora bionda sale sul treno e si ferma accanto al sedile di fronte al mio. A seguire, ci sono una ragazza giovane e due ragazzi. Indossano tutti delle giacche a vento beije. La signora dice Ci mettiamo qui?. No, che schifo, dice la ragazza, e tutti insieme proseguono la loro passeggiata per i vagoni alla ricerca di un sedile che, cavolo, sia alla loro altezza.
 
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