venerdì, ottobre 31, 2003
passano poche persone fuori dalla finestra. e quelle che passano sono incappucciate e tirano su col naso. in definitiva, le macchine sono molto più belle. anche se alle cinque di pomeriggio, in una giornata di fine ottobre, con la pioggia che cade fitta dal cielo e pochi lampioni che illuminano scorci di marciapiede, usare il bianco e nero sarebbe troppo calcare la mano sul noir.
 
Mentre Miss Faust e io aspettavamo un ascensore che ci portasse al piano terra, Miss Faust disse che sperava che l'ascensore in arrivo non fosse il numero cinque. Prima che potessi interrogarla sulla ragionevolezza di quel desiderio, neanche a dirlo, arrivò il numero cinque. L'inserviente era un vecchio nero, piccolo e decrepito che si chiamava Lyman Enders Knowles. Knowles era pazzo, ne sono quasi certo -e in modo offensivo anche, in quanto si strizzava le natiche e gridava "Sì, sì!" ogni volta che aveva l'impressione di averla detta giusta. "Salve, fratelli antropoidi e foglie di ninfea e pale di mulino" disse a Miss Faust e a me. "Sì, sì!". "Piano terra, prego" disse Miss Faust gelida. Per chiudere la porta e portarci al piano terra, Knowles non aveva che da premere un pulsante, ma per il momento non aveva nessuna intenzione di farlo. Forse non l'avrebbe fatto per anni. "Mi ha detto un tale," disse, "che questi ascensori qui erano architettura maya. Mai saputo prima. E io gli faccio: 'Allora cosa sono io, maionese?'. Sì, sì! E intanto che lui ci pensava su, gli ho sparato lì una domanda che l'ha fatto pensare il doppio! Sì, sì!". "Potremmo scendere, per favore, Mr. Knowles?", lo pregò Miss Faust. "Gli ho detto," continuò imperterrito Knowles, "'Questo qui è un Laboratorio di Ri-cerca. Ri-cercare vuol dire cercare di nuovo, vero o no? Vuol dire che stanno cercando qualcosa che una volta hanno trovato ma chissà come è andata persa, e adesso gli tocca ri-cercarla, o no? Com'è che gli è toccato costruire un palazzo come questo, con tanto di ascensori e maionese e tutto il resto, e riempirlo con tutti questi matti? Cos'è che stanno cercando di ritrovare? Chi ha perso cosa? Sì, sì!". "Molto interessante" sospirò Miss Faust. "Ma adesso potremmo scendere?". "Non è che potremmo, possiamo scendere e basta" ringhiò Knowles. "Qui siamo in cima. se mi chiede di andare su, mica posso accontentarla. Sì, sì". Poi, improvvisamente, una voce misteriosa interruppe la conversazione. "Questo è un estratto Ghiaccio-nove, di Kurt Vonnegut", disse la voce, che proveniva da qualche parte fuori dall'ascensore. "Qualcuno dice che in giro non si trova, ma io l'ho trovato in tutte le librerie, nella nuova edizione Feltrinelli," continuò, "ed è molto bello". "E' molto bello, già", sussurrò Knowles, "Sì, sì!". E finalmente si decise a schiacciare quel dannato pulsante. La trama deve pur continuare, santo cielo, pensai io.
 
giovedì, ottobre 30, 2003
la finestra dell'ultimo piano del palazzo di fronte regala alla mia un po' del suo sole, anche se di seconda mano. ormai è inverno e ogni raggio è un bene prezioso per le personcine che passeggiano sui marciapiedi. la gente ha paura del freddo. del buio. del vuoto. la terra è solo un pulviscolo che ha avuto la fortuna di finire nell'occhio giusto, e noi tutti siamo in balia di una punta di fazzolettino inumidita con acqua. non lo dico io, ma la guida a fascicoli del Corpo Umano.
 
mercoledì, ottobre 29, 2003
fuori dalla finestra è già buio. tutto si muove in una sola direzione, per un solo motivo: scappare. la gente ansima per salire sugli autobus. le macchine ansimano per non perdere il verde. vanno tutti di fretta. come al solito. ma senza luce si fa fatica a seguire quello che succede, e quasi quasi sembra che se ne stiano tutti fermi. forse appena mi giro ricominciano a correre, come in un due tre stella, penso. forse il mondo è sempre un due tre stella. e a quest'ora sembra di girarsi sempre nel momento sbagliato. tra un attimo saranno tutti qua sotto, a toccare il muro della finestra. tutti quanti, i signori in giacca e cravatta, le vecchiette, i ragazzi delle scuole serali, i cani, le macchine e i motorini. e tutti insieme diranno Stella. e io dovrò uscire fuori e prendere il loro posto. questo verso le 18.
 
fuori dalla finestra piove. un tizio aspetta qualcuno nel suo mercedes argento metallizzato. nel frattempo, si sistema i capelli biondi, lunghi fin sotto le spalle. sembra gerard depardieu. niente di che, voglio dire. un sacco di persone sembrano gerard depardieu.
 
lunedì, ottobre 27, 2003
un signore con un maglione azzurro passeggia tra i palazzi. la situazione non gli è chiara. non è chiara a nessuno. e lui prende appunti su un foglio, convinto che così avrà più controllo. tutti i grandi scrittori, quelli con una lucida visione del mondo, prendevano appunti. è scritto sul foglietto che trovi dentro i moleskine. hemingway non andava da nessuna parte senza.
 
venerdì, ottobre 24, 2003
Vorremmo tutti pensare ad altro. Ma le piccole questioni s’infilano in ogni fessura, si appropriano della precedenza e pian piano ci si fa l’abitudine, e le piccole questioni diventano le grandi questioni. E non sono le vecchie grandi questioni che ti mancano. Quelle servivano solo a tener piccole le altre, a farle sembrare poco importanti. Perché adesso che sono grandi non si può più ridere, non si può più scendere alla fermata dopo, non si può più. Rimane solo un grande buco nero da evitare ad ogni sguardo.
 
giovedì, ottobre 23, 2003
nel suo star destroyer, dart vader medita la costruzione di una nuova morte nera. le ultime due volte è andata male, pensa, ma sfido luke a infilare di nuovo quei torpedo in mezzo metro di buco. anzi, stavolta il buco non ce lo facciamo proprio, voglio proprio vedere come faranno. dart vader ride di gusto. poi si fa serio, non devo ridere, pensa, non è nel mio stile. si collega mentalmente col suo maestro dart sith o qualcosa del genere e dice: "maestro, ho un grande piano. stavolta ce la facciamo. fanculo il lato non oscuro." "di nuovo la morte nera?", dice il maestro. "ehi, come hai fatto a indovinare?". "sei abbastanza prevedibile, vader". vader si deprime, mette giù la cornetta mentale e si siede. guarda il cielo stellato. luke, dove sei?, si chiede. luke, ho sbagliato tutto. le goccioline fuori dalla finestra, colpite da flash, diventano stelle.
 
fa freddo ma finalmente nei palazzi hanno acceso il riscaldamento. lo dimostra il camino del palazzo di fronte alla finestra, che ha iniziato a sputare fumo addosso alle nuvole. la luce del cielo è di un colore strano, molto bello, ma la mia macchina digitale, come tutte le cose elettroniche, è insensibile a certi dettagli. quindi le tolgo il previlegio del colore senza pietà.
 
mi sa che al tizio dell'acqua è andata male. oggi la regalano dal cielo.
 
un ragazzo con spessi occhiali neri e una cartella troppo piccola per lui cammina sotto la pioggia. per ripararsi s'è tenuto in testa il suo cappello da cuoco. cos'hai cucinato oggi?, gli chiedo. lui, senza nemmeno girarsi, dice: un cazzo. mi sa che è nervoso. forse gli hanno fatto cucinare davvero un cazzo.
 
l'unico modo per far confessare alla gente i propri segreti più intimi, è mettergli in faccia una maschera. così ha fatto gillian wearing, che per realizzare il suo progetto CONFESS ALL ON VIDEO. DON'T WORRY YOU WILL BE IN DISGUISE. INTRIGUED? CALL GILLIAN ha messo questo annuncio su un po' di giornali inglesi. e ha filmato e fotografato ogni singola intervista. questo nel 1993. nel 1998 invece le hanno affidato la copertina di G2, l'inserto di The Guardian, e lei ha pensato di usarla per mettere nero su bianco la scritta FUCK CILLA BLACK. cioè la conduttrice di Blind Date, il programma degli appuntamenti al buio che è andato in onda anche in italia, sulla vecchia La7 mi pare, per qualche mese. anche se poi gillian s'è scusata, era sarcastico, ha detto. comunque, se vi piace quello che fa, cercatela su internet. io intanto dico grazie a una mia amica che ieri me l'ha fatta conoscere. mi sei venuto subito in mente tu, ha detto. ciao michiiiii! le due foto sono copyright gillian wearing.
 
un tizio parcheggia la sua jeep proprio sotto la finestra. stamattina ci ha messo ventotto minuti a ingellarsi i capelli e non vuole prendere nemmeno una goccia d'acqua. nel suo impermeabile beije raggiunge il portone del palazzo, ma prima lancia uno sguardo a me e alla macchinina fotografica. dopo un secondo torna indietro, sale sulla jeep e riparte: se l'è fatta addosso perché pensa che chiamerò i vigili e gli porteranno via la sua bella macchinina. invece a me interessano solo i riflessi sul cofano bagnato della jeep. cazzo. per colpa mia, il tizio si rovinerà la pettinatura, farà tardi alla riunione e mancherà l'affare più grosso della sua vita. dopodiché prenderà la sua jeep e si schianterà contro un muro e morirà sul colpo. basta poco ad avere una vita sulla coscienza.
 
qualcuno sta poco bene. probabilmente per lui è una tragedia, ma gli infermieri hanno già capito che si riprenderà nel giro di qualche ora, e se la prendono con comodo invischiandosi nel traffico.
 
mercoledì, ottobre 22, 2003
dove c'era il camion dei muratori, ora sono macchie d'olio e di benzina e cicche di sigaretta. e foglioline che quando le lanci diventano eliche. fanno un po' pena, lì, sull'asfalto, è brutto sapere che anche le foglioline che quando le lanci diventano eliche prima o poi sono costrette a toccare terra. e che a nessuno importa niente. basterebbe andare lì, prenderle e lanciarle in aria, ma nemmeno io ne ho voglia. l'unica cosa che posso fare per loro è diminuire luminosità e aumentare contrasto in photoshop, per farle sembrare delle specie di stelline che galleggiano nel vuoto galattico. salva con nome.
 
i muratori se ne sono andati a mangiare in un bar qui vicino. quello dove mangiano tutti i muratori, gli imbianchini e in generale chiunque faccia fatica fisica per lavoro. il camion, l'hanno lasciato aperto. tanto non c'è niente da fregare.
 
presto qualcuno avrà una nuova finestra. uno dei muratori è già saltato sul camion e sta cominciando a liberare gli infissi e la cornice dai lacci grigi che hanno fatto da safety belt durante il viaggio. un altro si sfila il bomber blu scuro. quando ero piccolo mi ricordo che lo giravo dalla parte arancione perché faceva più figo.
 
martedì, ottobre 21, 2003
sono le sette e mezza. l'ora in cui si porta giù il cane. l'ora in cui si guarda il telegiornale. l'ora in cui si scattano le foto dalla finestra. le luci dei lampioni mi fanno venire in mente che non ho ancora visto le mille luci di new york, l'unico film in cui michael j. fox non riesce a raggiungere il successo.
 
cosa c'è in un dentista che non c'è negli altri medici? come mai quando hai un tumore vai da un medico pubblico ma se hai una carie nemmeno ci pensi ad andare dal dentista della mutua? secondo me è una questione generazionale. fino agli anni 70 quando andavi dal dentista dell'ussl la soluzione ad ogni problema odontotecnico era l'eliminazione della fonte del dolore. cioè, se avevi una carie non ti facevano microiniezioni anestetizzanti nella gengiva, non si preoccupavano di rassicurarti, non preparavano magiche pastine granulose da assaporare con la lingua mentre tornavi a casa. semplicemente, prendevano una pinza strappavano il dente. per questo il dentista della mutua è diventato l'icona della tortura moderna: tolto il dente, tolto il dolore. insomma, ormai la loro reputazione è rovinata. e mentre penso che dovrei fare un salto alla mutua a fare qualche domanda a un cavadenti, il ragazzo sotto la finestra prende appuntamento con il suo costoso ma rassicurante dentista privato.
 
un vecchietto passeggia davanti alla finestra. è tranquillo e composto, con la sua giacca blu appena ritirata in lavanderia appesa a un braccio avanza a brevi passettini diretto verso casa.
 
lunedì, ottobre 20, 2003
piove. un signore in impermeabile sabbia controlla il numero civico del palazzo. non è quello giusto. fa per andarsene ma dopo qualche passo si ferma. che sia quello giusto? torna indietro e controlla di nuovo. no, non è quello giusto. riprende a camminare per qualche metro. e se fosse quello giusto? ancora una volta torna indietro a controllare. no, non è lui. stavolta se ne va. anzi no. tira fuori il cellulare, schiaccia qualche tastino e se lo porta all'orecchio. il dialogo è più o meno questo: scusa, ma è questo il numero giusto? aspetta che controllo. no, non è quello giusto. ah, grazie. anzi, aspetta un attimo: è quello giusto. sicuro? sì. ok. no, un momento. non è giusto. allora, è giusto o non è giusto? adesso chiedo. voci dall'altra parte: per caso sai se è questo il numero giusto? sì, è quello. ah, bene, grazie. però. cosa? aspetta un attimo... no, non è giusto. sicuro al cento per cento? sì, cioè, credo, fammi controllare... infatti, come pensavo: è quello giusto. hai controllato bene? certo. allora glielo dico. no, no, qui c'è scritto che non è quello giusto! cazzo, allora che facciamo? se attendi due minuti chiedo alla mia segretaria. continua...
 
Stamattina il mio lettore cd portatile Samsung è morto. Pioveva e stavo correndo a prendere il treno, la stazione è proprio accanto al deposito degli autobus e io saltellavo da una pensilina all’altra tutto teso. Poi, bam. Mentre attraversavo la strada di corsa sento toc, toc, totototoc. Mi giro e vedo il lettore cd che un attimo prima era nel mio zaino saltellare dietro di me e vomitare sull’asfalto il mio ultimo cd di mp3, quello con The Faint e Raymond Scott, e le pile ricaricabili Panasonic. Toc, toc, totototoc. Per un istante tutto è immobile. Io sono immobile. Le macchine sono immobili. Il treno sicuramente è immobile. Inizio a danzare tra cofani e bauli come il personaggio delle fiabe alla ricerca dell’oggetto perduto (Aladino-lampada; Cenerentola-scarpa; Pollicino-bricioline). Una Panasonic è rotolata fino ai miei piedi. La raccolgo. Poi passo al lettore cd: gli auricolari mi penzolano tra le dita come intestini fuoriusciti. Anche il cd mp3 con The Faint e Raymond scott è messo davvero male. Le macchine, che in pochi secondi si sono stancate della tragedia, mi sfrecciano già accanto. E’ umiliante. Rubo l’ultima Panasonic all’asfalto e scappo via. Sul treno cerco di capire come è stato possibile tutto ciò. Come su tutte le catastrofi apparentemente caotiche, anche su questa aleggia una serie di sfortunate coincidenze. Ne elenco alcune qui di seguito. 1) La corsa che ha portato alla tragedia è stata inutile: il treno era in ritardo di dieci minuti. 2) Stamattina volevo lasciare il lettore cd a casa, poi ho pensato che magari mi sarebbe servito al ritorno così l’ho infilato nello zaino. 3) E’ stata mia madre a accompagnarmi al treno. Siccome aveva fretta, m’ha lasciato vicino al deposito degli autobus per evitare le file davanti alla stazione. 4) Se avessi comprato il lettore un giorno dopo, secondo la legge di Malcolm (il matematico di Jurassic Park) probabilmente le cose sarebbero andate in tutt’altro modo. 5) Se la Sony non avesse lanciato il primo walkman nel 1979 sicuramente la Samsung non avrebbe accelerato tanto i tempi, e tutto questo non sarebbe mai successo. 6) Nel punto 5 ho citato Ian Malcolm; “casualmente” proprio ieri sera ho visto Jurassic Park III, l’unico dei tre episodi in cui il Malcolm non compare. 7) Neo non è l’eletto ma solo un bug di Matrix. Stavolta per il lettore non c’è niente da fare. Ci infilo le pile e il cd mp3 con The Faint e Raymond Scott, poi schiaccio play. Nulla. Nessun rumore gastrointestinale da caricamento di mp3. Faccio stop. Apro il lettore. Di solito il cd continua a girare per un paio di secondi, stavolta no. Lo tolgo e m’accorgo che la lentina laser che legge le microincisioni dei cd non è dove dovrebbe essere (poco sotto, tra DO NOT TOUCH THE LENS e NE PAS TOUCHER LA LENTILLE c’è scritto DIE LINSE NICHT BERHÜHREN: questa frase mi fa venire le lacrime agli occhi mentre guardo fuori dal finestrino campi freddi che sfumano nella nebbia come il paesaggio di un vecchio videogioco 3D). Con le dita metto la lentina al suo posto. Poi infilo il cd mp3 con The Faint e Raymond Scott, chiudo e schiaccio play sul lettore. Mi infilo gli auricolari nelle orecchie per auscultarne meglio le interiora. Aspetto un secondo. E’ finita.
 
venerdì, ottobre 17, 2003
finestra by night. sono tutti di fretta. le macchine corrono, le persone corrono, le macchine suonano clackson, le persone se ce l'avessero suonerebbero pure loro il clackson, accenderebbero i fari e passerebbero col rosso. il weekend incombe sul mondo.
 
un signore con una giacca verdemare gira l'angolo guardandosi attorno. il signore alla finestra finisce la sua coca cola in bottiglietta, acquistata in un impeto di ammirazione per i designers che l'hanno ideata.
 
l'omino The Faint esegue la sua danza macabra fuori dalla finestra, per gentile concessione della copertina del cd Danse Macabre dei The Faint.
 
c'è chi fa finta di niente, ma fuori dalla finestra comincia a fare davvero freddo. le mani si infilano nelle tasche, le magliette si infilano nei pantaloni, le persone si infilano nelle giacche. due signori escono dal palazzo tutti di fretta.
 
giovedì, ottobre 16, 2003
un signore magro con la faccia bruciata corre in bicicletta. dietro di lui c'è un bambino con i capelli scuri. gli stringe la giacca con le manine e ride come un pazzo quando il signore suona il campanello ai passanti.
 
una ragazza passa davanti alla finestra mangiucchiando bocconcini di pane. li morsica poi li guarda e pensa Che cosa orribile ho fatto!, poi morsica di nuovo.
 
mercoledì, ottobre 15, 2003
sarebbe stata una splendida finestra. le avrebbero costruito attorno ante di legno scuro e sul suo davanzale sarebbero spuntate piante di geranio, magari anche un piccolo cactus. qualcuno avrebbe visto cose attraverso i suoi vetri. qualcuno avrebbe rotto i suoi vetri con una macchinina e sarebbe stato sgridato dai genitori, e avrebbe pianto a causa della sua fragilità. ma niente di tutto questo è successo. qualcuno ha preferito evitare, e al posto della finestra ha piazzato un muro solido e sicuro. a volte è meglio che non si veda niente.
 
d'ora in poi chi aspetta davanti alla finestra potrà munirsi dell'apposito bigliettino, e rendere così pubblico il proprio disagio. i ticket sono disponibili sul davanzale della finestra, comodamente raggiungibile allungando il braccio.
 
oggi fuori dalla finestra fa davvero freddo. tutti indossano giacche e sciarpe. tranne questi tre piastrellisti: aspettano che passi qualche macchina per attraversare la strada e entrare nel palazzo, trascinando con sé grossi secchi di plastica grigia. il capo, invece, tiene delle borse.
 
martedì, ottobre 14, 2003
è bello lanciare la fogliolina poi andarla a raccogliere. è bello vedere che ogni volta la fogliolina si mette a roteare e scende giù piano, e si adagia sul marciapiede. ormai mi ci sono affezionato. credo che nei prossimi giorni la vedrete spesso, la fogliolina.
 
arrivano delle signore con i passeggini. io aspetto in agguato alla finestra. appena sono vicine, lancio la fogliolina e tutti si fermano a guardarla roteare nell'aria. una signora, con una giacca grigia e i capelli raccolti in coda, dice: ma che cos'è? ai bambini la cosa piace moltissimo.
 
davanti alla finestra passa un biznezman con le mani nelle tasche. tutto vestito di nero. lancio la fogliolina che diventa elica proprio davanti ai suoi occhi, ma lui non la degna nemmeno di uno sguardo.
 
oggi sul davanzale della finestra c'è una di quelle bellissime foglioline che quando le lanci in aria scendono lentamente roteando come eliche.
 

 
lunedì, ottobre 13, 2003
l'insettino era tutta la notte che cercava di entrare dalla finestra. una qualsiasi, bastava fosse aperta e dentro ci fosse un po' di caldo accogliente. ma non ce l'ha fatta e così ha deciso di venire a morire sul mio davanzale. ha scelto proprio questa finestra. forse perché sapeva che l'avrei fotografato, il giorno dopo, sensibilizzando l'opinione pubblica sui diritti universali degli artropodi.
 
valentino dice che il suo è il più bel mestiere del mondo. prima facevo il grafico, dice, ma proprio quando ero riuscito ad acquistare una mia autonomia all'interno dell'azienda, è fallita. non avevo voglia di ricominciare da capo, quindi un giorno mia madre m'ha detto: perché non fai il taxista? io pensavo scherzasse, invece no. sono contento di questa scelta: è la cosa migliore che abbia mai fatto. e la cosa peggiore, invece?, gli chiedo. in che senso?, dice. la cosa peggiore che t'è successa nel tuo mestiere, dico io. lui ridacchia. un tizio una volta m'ha chiesto se mi facevo fare un pompino per soldi. quanti soldi? cinquanta euro. era tardi. lui era un vecchio e mentre chiacchieravamo m'ero accorto che i discorsi vertevano sempre su quello. e quando ci siamo fermati me l'ha chiesto. e tu? io niente, gli ho detto di no. lui non m'ha nemmeno guardato negli occhi, se n'è andato. ma non era la prima volta che mi capitava, dice valentino, una volta una venezuelana dopo dieci minuti è passata all'azione. cioè? ha iniziato a farmi una sega. con le donne mi capita spesso. anche con i trans. ci si diverte, ride. ma credi sia dovuto al tuo fascino?, chiedo. noooo, dice valentino, non sono uno affascinante. se capita a me, capita a tutti.
 
giuliano ha una trentina d'anni. guida il taxi da uno e mezzo. prima faceva l'impiegato per una compagnia di import-export, ma, dice, era troppo deprimente come lavoro. quando gli chiedo la cosa peggiore che gli sia mai capitata in taxi, non ha molto da dire di sé. quindi decide di parlare a nome di tutti: quando c'è stata la tragedia di linate, dice, è successo un casino. il posto dove aspettano i taxi è proprio a una ventina di metri da dove è precipitato l'aereo, e tutti i miei colleghi quando hanno sentito il botto si sono cagati addosso. molti sono scappati via e hanno rischiato di schiantarsi uno contro l'altro. anche quando è stato colpito il pirellone è successa la stessa cosa. poi, non ricordo come, ci si ritrova a parlare del numero di taxi in città. giuliano dice che sono in cinquemila, come un piccolo paese. ma i clienti sono abbastanza?, gli chiedo. eh, dice lui, è un problema. perché il mercato ormai è saturo, ma albertini vuole aggiungere altri cinquecento taxi. solo perché quando c'è stata la fiera non bastavano, ma è solo un caso: io, per esempio, prima ho aspettato tre quarti d'ora prima di ricevere una chiamata. e cosa fai mentre aspetti?, chiedo. gli racconto di un suo collega che durante le pause suona il didjeridoo, che tiene sempre sul sedile davanti. lui ride. no, dice, io non faccio niente. mi metto lì e aspetto.
 
qualcuno aspetta davanti alla finestra. è un signore con giacca blu scuro, che ha trovato qualcosa di interessante da fare durante l'attesa: conta. batte le ditine prima sui pantaloni, poi sulle labbra, pensieroso. uno, due, tre, quattro. conta soldi? o conta i secondi che mancano alla fine dell'attesa? tanto per quelli che contano il tempo è sempre denaro, e viceversa.
 
molti di quelli che lavorano qui hanno bisogno della macchina. ma non c'è mai posto, e sono costretti a lasciarla in divieto di sosta. e a tenerla costantemente sotto controllo, per non rischiare di prendere una multa dalla prima verdesca di passaggio. a lui è andata male: sono quaranta euri.
 
venerdì, ottobre 10, 2003
un tizio con una cartelletta blu aspetta qualcuno davanti alla finestra. fa esattamente quello che fanno tutti quelli che aspettano: si guarda attorno e non vede l'ora di non essere più uno di quelli che aspettano. il suo amico arriva quasi subito. è rasato a zero, parcheggia il suo motorino davanti al palazzo. si stringono la mano. il pelato fa qualche passo indietro per vedere il palazzo nella sua interezza. è anni venti, dice.
 
giovedì, ottobre 09, 2003
ancora al finestrino. questa volta, l'autista è uno giovane. porta gli occhiali e ha una trentina d'anni. quando gli chiedo qual è la cosa peggiore che gli sia capitata nel suo mestiere, non ha molto da raccontare: una volta ho caricato un tizio ubriaco che a un certo punto è sceso e se n'è andato, dice, tutto qui. e la cosa migliore?, chiedo. beh, dice tutto orgoglioso, carol alt. l'ho caricata al four seasons, un hotel, doveva andare a posare per uno scatto fotografico. e vi siete detti qualcosa? ah, no, era con il suo ragazzo e ha parlato con lui per tutto il tempo.
 
mercoledì, ottobre 08, 2003
prego? un chicken premiére menu medio. tic tic titic. sono 5 e 10. sotto la finestra i colori accesi di mcdonalds fanno capolino dal mio cestino. fanno star bene. sembra di aver mangiato un cartone animato.
 
alfinestrino. lui è gianni, ha 68 anni e lavora da 41. non ha nessuna intenzione di andare in pensione perché, dice, non saprebbe che fare. gli piace alzarsi alle quattro del mattino e girare col suo taxi. curioso, dico io, un taxista con cui ho parlato l'altro giorno diceva che odia il suo lavoro, che a girare per la città otto nove ore al giorno c'è da diventare matti, con la gente che c'è in giro. uno, una volta, dopo avergli fatto rischiare un incidente, l'ha pure inseguito fino al semaforo ed è sceso dalla macchina con una mannaia. ma per fortuna è arrivato il verde. a te non è mai capitata una cosa del genere?, chiedo a gianni. no, dice lui. però una volta, negli anni 70, quando le brigate rosse andavano in giro a sparare, una giulietta blu s'è fermata dietro il mio taxi. in macchina eravamo io, un tizio e una signora. dalla giulietta sono scesi dei capelloni con delle pistole, e il tizio seduto dietro è scappato fuori dal taxi. fermo!, hanno gridato i capelloni. ma lui continuava a correre, così gli hanno sparato alle gambe. alla fine ho scoperto che i capelloni non erano terroristi ma carabinieri, e il tizio che stavo accompagnando era un ricercato. uno che si spacciava per medico o avvocato per raggirare le donne. come la signora seduta dietro.
 
martedì, ottobre 07, 2003
un uomo vestito di marrone esce dal palazzo. è un pochino nervoso perché non riesce a raggiungere il furgoncino bianco che l'aspetta dall'altra parte della strada: continuano a passare macchine.
 
nel negozio poltrona frau è in atto una transazione molto importante. la ragazza con i capelli neri deve assolutamente vendere il divanetto grigio alla signora con il maglioncino floreale. chiacchierano un po', la ragazza fa toccare il divanetto alla signora, che ne rimane piacevolmente sorpresa. la ragazza s'è aperta un varco per il portafoglio della signora. dopo cinque minuti stanno già firmando carte con espressioni molto serie.
 
lunedì, ottobre 06, 2003
ci sono giorni in cui non succede niente. o in cui non hai voglia di fingere che succeda qualcosa. tanto è solo una presa in giro. si ammazza il tempo, si fa finta che la cosa sia molto più complessa di quella che è: si coinvolgono amici, dottori, parenti, ci si mette insieme, ci si separa. si creano altri piccoli sé: non ci si basta mai. bisogna darsi da fare per farsi girare le cose attorno, crearsi problemi e risolverseli, spargere cause e aspettare conseguenze, e farlo con costanza per non ritrovarsi poi senza uno straccio di nodo da sciogliere. fa stare bene. ma certi giorni proprio non ne hai voglia, pensi sia stupido e perdi ore ed ore a fare lo snob con la vita ripetendoti che non ha nessun senso e che tutti in fondo sono infelici. in realtà non è affatto vero. solo che in quei giorni ti senti talmente pigro e infelice che ti fa comodo pensare che anche gli altri lo siano. ti fa comodo avere un nodo che sai benissimo non potrai sciogliere, finché non squillerà il telefono e finalmente qualcuno ti rimetterà in gioco. in fondo non aspetti nient’altro, in quei giorni.
 
fuori dalla finestra, il camion Interni aspetta senza fretta. intanto, qualcuno sta disquisendo sul dove piazzare la nuova lampada artemide: sul tavolino accanto al divano oppure dietro la tv?
 
il cielo è calmo. studenti passeggiano tranquillamente per i corridoi della scuola. un fattorino consegna un mitra a dei ragazzi e chiede se hanno saltato la scuola. loro rispondono: sì. beati voi, dice il fattorino. elephant è nei cinema ed è stupendo. tra le canzoni della colonna sonora, per elisa di beethoven e un pezzo jazz di william burroughs, lo scrittore che sparò in testa a sua moglie mentre giocavano a guglielmo tell.
 
venerdì, ottobre 03, 2003
mi affaccio alla finestra, ma non ho voglia di parlare con le persone, oggi. mi limito a fumarmi una sigaretta e a buttarla sul marciapiede, dove qualcuno la calpesterà al posto mio.
 
qualcuno che le foto le sa fare davvero. (da City)
 
un biznezman scivola velocemente davanti alla finestra, diretto con determinazione verso il suo prossimo obiettivo.
 
giovedì, ottobre 02, 2003
ieri sono riuscito a fare sfilare due persone al primo colpo. oggi non riesco nemmeno a parlarci. queste due signore mi guardano male, non si fermano e riesco a malapena a strappar loro di bocca il loro prossimo obiettivo: il metrò.
 
dopo il corridore, è la volta di una coppia di indiani con passeggino. li trattengo per un paio di minuti cercando di capire qual è il loro prossimo obiettivo, ma non capiscono nulla. provo pure a suggerirgliene qualcuno, tipo avere una casa, avere una macchina, avere un permesso di soggiorno. niente. alla fine se ne vanno. forse il loro prossimo obiettivo è imparare l'italiano.
 
fermo un signore in pantaloncini, con una fascia bianca al ginocchio. ha una cinquantina d'anni, capelli grigi. gli chiedo qual è il suo prossimo obiettivo. in che senso?, dice lui. non so, dico io, nel senso che vuoi tu. ride. dice che il suo prossimo obiettivo è andare avanti ancora per tanti anni senza problemi di salute. voglio fargli una foto ma mi si scaricano le batterie. le cambio ma quando mi riaffaccio alla finestra è già sparito, l'unica cosa che si vede di lui è la fascia bianca al ginocchio. problema di salute?
 
fuori dalla finestra, non succedono cose troppo interessanti. le personcine sentono il peso del giudizio sulle loro spalle, e fanno di tutto per non farsi notare. si dice che abbiano paura, ma secondo me non è vero. hanno solo un obiettivo, e vogliono raggiungerlo il più in fretta possibile e senza intoppi. e poi, passare a quello successivo. andiamo tutti avanti a obiettivi, a scadenze: forse i post-it sono l'oggetto più rappresentativo della nostra epoca. mentre ci penso, queste due ragazze straniere passano davanti alla finestra in perfetto sincrono. hanno sicuramente lo stesso obiettivo.
 
questa signora ha parcheggiato sotto, ma proprio sotto, la finestra. quello dei parcheggi è un problema sempre più grande. quando si decideranno a inventare le macchine volanti? ma soprattutto, dove parcheggeranno le macchine volanti? e gli aerei, che fine faranno? ogni cambiamento innesca una reazione a catena che può portare alla fine del genere umano. lo sento.
 
mercoledì, ottobre 01, 2003
a domani, con l'intimo.
 
passerella improvvisata davanti alla finestra in occasione della settimana della moda a milano. lui è marco e se fosse un modello sfilerebbe per Versace. (ph. allafinestra)
 
passerella improvvisata davanti alla finestra in occasione della settimana della moda a milano. lei è moira e se fosse una modella sfilerebbe per Gucci. (ph. allafinestra)
 
davanti alla finestra passa un mucchio di gente, ma non ho voglia di fotografarli. invece faccio una foto alla linea gialla del parcheggio, che sembra la capanna di Natale.
 
oggi fuori dalla finestra c'è una strana calma. ogni tanto una vecchietta scivola silenziosa da un lato all'altro della strada con la sua borsa della spesa tra le mani. anche la borsa è silenziosa: le vecchiette usano sempre la stessa, di velluto. forse per abitudine. forse per evitare i crepitii dei sacchetti di plastica. forse perché loro fanno spesa e non shopping. non ne ho idea. quindi lascio perdere le vecchiette e fotografo una coppia di giapponesi che passeggia mano nella mano. lei tiene il Tuttocittà sottobraccio.
 
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